Gli scarti alimentari possono rappresentare una fonte importante di sostanze bioattive per l’industria nutraceutica del prossimo futuro. A suggerirlo, Gianni Sagratini, docente di Chimica degli alimenti all’Università di Camerino, nel corso del 14.mo congresso nazionale Sinut (Società italiana di nutraceutica), conclusosi nei giorni scorsi a Bologna. Due i progetti con finanziamenti pubblici in corso di sperimentazione a Camerino. Il primo, dagli scarti dei prodotti della pesca, il secondo, dai tralci della vite.

È fondamentale comprendere il funzionamento del nostro organismo e quel che accade al suo interno quando mangiamo: solo così potremo superare la visione “termica” basata sul calcolo giornaliero delle calorie, ormai obsoleta, e passare a una visione “sistemica” basata sullo studio delle molecole, che privilegia la corretta combinazione dei nutrienti contenuti negli alimenti, per riallineare l’asse che collega l’intestino al cervello ristabilendo così un dialogo biologico tra i singoli organi corporei.

Un recente studio condotto dai ricercatori dell'Università del Michigan e pubblicato su Jama, ha messo sotto la lente d’ingrandimento l’esposizione ai potenziali rischi di epatotossicità di alcuni botanicals tra i milioni di consumatori di integratori negli Stati Uniti. Nello specifico, l’attenzione si è concentrata su curcuma, tè verde, ashwagandha, cimicifuga, Garcinia cambogia e prodotti contenenti riso rosso fermentato.

L'integrazione di micronutrienti è considerata fondamentale per il rafforzamento della barriera cutanea e sappiamo che aggiungerli alla dieta o alla routine quotidiana potrebbe avere un'influenza positiva su alcune malattie infiammatorie della pelle come la dermatite atopica o la psoriasi. Inoltre, la protezione dai raggi Uv facilitata da alcuni integratori e il loro impatto sulle cellule umane potrebbe essere utile durante la chemioterapia o nella prevenzione dello sviluppo del melanoma. 

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