Il tema dello spreco alimentare rappresenta una sfida cruciale a livello globale, con impatti significativi sull'ambiente e sull'economia. Tuttavia, ciò che un tempo era considerato semplicemente un "rifiuto" sta emergendo oggi come una risorsa preziosa, in grado di contribuire non solo a ridurre gli sprechi, ma anche a migliorare il profilo nutrizionale degli alimenti e supportare un modello di economia circolare. Secondo i dati Eurostat 2024, ogni anno nell'Unione europea vengono sprecati quasi 59 milioni di tonnellate di cibo, una cifra enorme che equivale al 14% del cibo totale prodotto. Una quota significativa di questo spreco (19%) è attribuibile alle materie prime scartate dalle industrie agroalimentari. Si tratta di elementi come bucce, semi e pellicole che vengono esclusi dalla catena commerciale per ragioni di lavorazione o minore accettazione da parte dei consumatori. Eppure, queste matrici di scarto sono sorprendentemente ricche di composti altamente nutrizionali, come fibre e antiossidanti, spesso presenti in quantità superiori rispetto al prodotto che prosegue lungo la filiera.

Gli scarti alimentari possono rappresentare una fonte importante di sostanze bioattive per l’industria nutraceutica del prossimo futuro. A suggerirlo, Gianni Sagratini, docente di Chimica degli alimenti all’Università di Camerino, nel corso del 14.mo congresso nazionale Sinut (Società italiana di nutraceutica), conclusosi nei giorni scorsi a Bologna. Due i progetti con finanziamenti pubblici in corso di sperimentazione a Camerino. Il primo, dagli scarti dei prodotti della pesca, il secondo, dai tralci della vite.

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