In un panorama medico spesso dominato da complessi e costosi farmaci di sintesi, l'attenzione della cardiologia internazionale si sta spostando su un elemento naturale ed essenziale: il selenio.

Per decenni, il mercato degli integratori ha prosperato sull’idea che vitamine, minerali e altri nutrienti potessero essere assunti a scopo preventivo da chiunque, indipendentemente dallo stato di salute o dalla dieta. Oggi, alla luce di nuove evidenze scientifiche, questa visione sembra superata: gli esperti sostengono che i benefici reali degli integratori sono limitati a pazienti con specifiche carenze documentate o condizioni cliniche ben definite. L’integratore “universale” non solo appare inefficace, ma in alcuni casi potrebbe comportare rischi inattesi.

Il Morbo di Graves (Gd) è la più comune forma di ipertiroidismo e si associa a un significativo eccesso di rischio, soprattutto cardiaco. La qualità della vita (QoL) dei pazienti risulta condizionata da una sintomatologia eterogenea, solo in parte correlata con i livelli di ormoni tiroidei circolanti. Le attuali linee guida raccomandano la terapia medica con metimazolo (Mmi) come trattamento di prima linea. La prognosi è favorevole stante la possibilità di risoluzione spontanea. Tuttavia la sua gestione è ancora gravata da alcune zone d’ombra: il dubbio sul vantaggio del prolungare la terapia medica oltre i 24 mesi; un considerevole rischio di recidiva e la non rara necessità d’invio a terapie maggiori, ovvero radioiodio o intervento chirurgico.

Un recente studio condotto su un vasto campione di adulti statunitensi e pubblicato su Scientific reports (gruppo Nature) ha preso in esame l’impatto dell’assunzione di selenio sul rischio cardiovascolare.

Pagina 1 di 6
Top
Questo sito utilizza i cookies, che consentono di ottimizzarne le prestazioni e di offrire una migliore esperienza all'utente. More details…