Il consumo giornaliero di due o più bevande zuccherate raddoppia il rischio di tumore dell’intestino, almeno nelle donne, prima dei 50 anni. Non solo: una bibita al giorno fa crescere il rischio del 16%, e del 32% negli adolescenti. Questi i risultati di una nuova ricerca pubblicata su Gut, rivista del gruppo Bmj.

Un cibo di scadente qualità facilita la selezione di una popolazione microbica intestinale in grado di promuovere uno stato infiammatorio nell’organismo. La conferma giunge da uno studio osservazionale condotto da un gruppo di ricercatori olandesi e pubblicato nei giorni scorsi su Gut, rivista del gruppo Bmj.

Una tassa sulle bevande zuccherate genera consumi più salutari senza alcun danno al mercato. Questo quanto suggerito da uno studio pubblicato sul British medical journal che ha fotografato la situazione nel Regno Unito a seguito dell’introduzione, nel 2018, della Uk soft drinks industry levy (Sdil), una forma di tassazione progressiva dei soft drinks sulla base del contenuto in zucchero.

Il fruttosio contenuto nelle bevande dolcificate è dannoso per le pareti vascolari, al contrario di quanto accade nella frutta dove l’effetto può essere compensato da altri nutrienti. Sono questi i risultati di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori italiani sulla coorte del Brisighella Heart study e pubblicato su Nutrients

“Ci sono informazioni contrastanti sul legame tra consumo di frutta e fruttosio e comparsa di disturbi cardiometabolici”, sottolineano gli autori. “Così abbiamo voluto verificare l’associazione tra consumo di fruttosio e un paramento classico di rigidità arteriosa, ovvero la misurazione della velocità dell’onda sfigmica carotideo-femorale (CfPwv)”.

Sono stati selezionati quattro sottogruppi omogenei per età e sesso all’interno della popolazione dell’ultima indagine del Brisighella heart study. Dopo esclusione dei soggetti in prevenzione secondaria per le malattie cardiovascolari, con gotta, malattia renale cronica da moderata a grave e/o in trattamento con farmaci vasodilatatori, i quattro gruppi sono stati così suddivisi:

  • basso consumo di frutta e bevande zuccherate (Lflb, n=437),
  • alto consumo di frutta e basso di bevande zuccherate (Hflb, n=419),
  • basso consumo di frutta e alto di bevande zuccherate (Lfhb, n=133),
  • elevato consumo di frutta e bevande zuccherate (Hfhb, n=116).

Basso consumo di frutta si intendevano due porzioni o meno al giorno, mentre per le bevande zuccherate un bicchiere o meno al giorno.

La CfPwv è risultata significativamente più elevata in chi consumava maggiori quantità fruttosio, in particolare quando derivava da bevande dolcificate (Lfhb e Hfhb aggregati: 9,6 ± 2,3 m/s; Lflb e Hflb aggregati: 8,6 ± 2,3 m/s).

L'aumento del CfPwv osservato in chi consuma fruttosio da bevande zuccherate è probabile sia correlato all’aumento dei livelli sierici di acido urico. Già in precedenza, infatti, i dati del Brisighella heart study avevano mostrato una correlazione tra aumento dei livelli sierici di acido urico e ipertensione e rigidità arteriosa e una recente meta-analisi ha evidenziato come il consumo di bevande zuccherate aumenti il rischio di iperuricemia del 35%. Ciò potrebbe essere in parte determinato dall'insulino-resistenza indotta da fruttosio e dalla metabolizzazione dell'adenosina monofosfato in inosina monofosfatasi e acido urico. Inoltre, l’eccesso di fruttosio induce lipogenesi epatica, innalzando i livelli di trigliceridi con ricadute negative sull’elasticità della parete arteriosa. Dal canto loro, invece, altri componenti della frutta come vitamina C, epicatechina, flavonoli, potassio e fibre, potrebbero contrastare gli effetti negativi sia del fruttosio che dell’acido urico, tanto che recenti studi correlano un aumentato rischio di gotta con il consumo di bevande zuccherate ma non di frutta.

“Il dato più interessante della nostra analisi è quello relativo al fatto che il fruttosio preso dalla sola frutta fa molto meno male che quello preso da bibite, benché ad alte dosi anche la frutta può arrecare danno”, commenta Arrigo Cicero, del Gruppo di ricerca su ipertensione e aterosclerosi presso il Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Università di Bologna e tra gli autori dello studio. “Se però il carico globale, ovvero bibite più frutta, è alto, le proprietà protettive della frutta vengono meno. A questo punto si rendono necessari ulteriori studi in grado stabilire con certezza se una riduzione del consumo di bevande zuccherate migliori la funzione arteriosa rallentandone i processi degenerativi”.

Nicola Miglino

 

 

 

 

 

 

 

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