Il microbiota intestinale potrebbe contenere segnali di rischio per il diabete di tipo 2 (T2D) molto prima che la glicemia inizi a modificarsi. È quanto emerge da una nuova analisi, presentata nei giorni scorsi a Milano al congresso annuale dell’European association for the study of diabetes (Easd).
Alla luce delle ricerche più recenti, la fibra alimentare non può più essere interpretata come un elemento inerte volto a facilitare il transito intestinale, ma va inquadrata come un modulatore sistemico capace di intercettare i principali driver patogenetici dell'endometriosi: iperestrogenismo, permeabilità intestinale, infiammazione peritoneale e stress ossidativo. Agisce così da ponte tra salute gastrointestinale e microambiente pelvico, lungo quello che si delinea come un asse intestino-pelvi.
Il ricorso agli integratori probiotici è aumentato rapidamente negli Stati Uniti negli ultimi 14 anni, ma la crescita non è stata accompagnata da un analogo cambiamento delle abitudini alimentari associate alla salute del microbiota. È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori dell’University of Michigan e pubblicato su Clinical gastroenterology and hepatology, sulla base dei dati del National health and nutrition examination survey (Nhanes) raccolti dal 2009-2010 al 2021-2023.
Non sono soltanto gli antibiotici a esercitare una pressione sui batteri intestinali. Anche farmaci di uso comune, componenti della dieta e sostanze provenienti dall'agricoltura e dall'ambiente possono avere effetti antimicrobici e modificare il microbiota. È la prospettiva proposta da una review pubblicata su Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology, che analizza le interazioni tra composti non antibiotici, microbioma e organismo ospite.