“Studi epidemiologici e osservazionali supportano l'ipotesi di un ruolo protettivo della vitamina D nei confronti di Sars-coV-2, ma si tratta per lo più di analisi retrospettive o basate su piccoli campioni. Sono dunque necessarie ulteriori ricerche, molte delle quali in corso, per verificare l'utilità della supplementazione nella prevenzione e/o nel trattamento di Covid-19, nonché per chiarirne il ruolo nei processi fisiopatologici”.

Così Riccardo Caccialanza, direttore dell’Uoc di Dietetica e Nutrizione clinica al San Matteo di Pavia, uno dei maggiori esperti italiani e internazionali per quanto riguarda la relazione tra nutrizione e Covid-19.

È ormai noto come la vitamina D sia in grado di esercitare attività extra-scheletriche, vuoi di carattere immunomodulatorio, vuoi di protezione contro le infezioni del tratto respiratorio piuttosto che effetti pleiotropici sul sistema cardiovascolare. Dallo scoppio della pandemia di Covid-19, diversi articoli ne hanno suggerito un ruolo nella riduzione del rischio e della gravità del decorso.

“Tuttavia – sottolinea Caccialanza – “la maggiore conoscenza della patogenesi di Covid-19 ha messo in discussione le prime evidenze, aprendo uno scenario controverso che suggerisce anche potenziali conseguenze negative derivate da un adeguato stato di vitamina D. Sono molti gli aspetti ancora da chiarire rispetto agli effetti, da una parte, sul sistema immunitario e, dall’altra, sull’apparato cardiovascolare, in particolare per quanto riguarda la modulazione della funzione endoteliale e la regolazione del sistema renina-angiotensina-aldosterone”.

Diversi i trial clinici in corso tesi a comprendere gli infetti di un’integrazione con vitamina D alle terapie standard in pazienti con Covid-19 e per valutarne gli effetti di alte dosi.

“A oggi, su 35 studi registrati su ClinicalTrials.gov, solo 3 sono giunti a conclusione, ma con endpoint altamente specifici, non finalizzati a indagare il possibile ruolo protettivo sulla popolazione generale o sui pazienti ospedalizzati gravi” dice Caccialanza. “Tra quelli in corso, 20 mirano a valutare gli effetti di diverse strategie di trattamento con vitamina D sulla progressione e sulla gravità del Covid-19 in termini di ospedalizzazione e mortalità. Alcuni considerano la vitamina D solo come parte della terapia standard oggetto di sperimentazione, spesso senza specificare il dosaggio e la tempistica di somministrazione. Sei studi stanno valutando gli effetti di una profilassi con vitamina D su rischio di contagio, gravità della malattia e capacità di trasmissione, mentre nove studi osservazionali stanno esaminando la correlazione tra livelli sierici di vitamina D e risposta immunitaria, gravità della malattia e mortalità. I risultati degli studi in corso saranno cruciali per comprendere il coinvolgimento della vitamina D nella fisiopatologia di Covid-19 e determinare la reale efficacia di un'integrazione nella prevenzione e/o nel trattamento della malattia”.

Nicola Miglino

 

 

 

 

 

Cinque semplici e pratici consigli per proteggere il sistema immunitario alle soglie della stagione invernale, temutissima per la condizione di pandemia in corso. Ci arrivano da Michela Barichella, dietologo e presidente di Brain and malnutrition in chronic diseases asssociation.

Tra le strategie non farmacologiche per la gestione della fibromialgia prove crescenti suggeriscono un potenziale ruolo benefico per la nutrizione, includendo sia integratori alimentari e sia interventi dietetici. L'analisi della letteratura ha dimostrato che il ruolo degli integratori alimentari rimane controverso, sebbene gli studi clinici con integratori di vitamina D, magnesio, ferro e probiotici mostrino risultati promettenti.

Crescono gli indizi a favore di uno stretto legame tra carenza di vitamina D e infezione da Sars-coV-2. Un contributo rilevante giunge dal lavoro di alcuni clinici americani, pubblicato nei giorni scorsi su Jama network open, che ha preso in esame una coorte di 489 soggetti (366 donne, 123 uomini. Età media: 49 anni) di cui si disponevano i valori di 25-idrossicolecalciferolo e 1,25-idrossicolecalciferolo nell’ultimo anno prima del tampone effettuato tra marzo e aprile scorsi, prendendo anche in considerazione eventuali trattamenti dell’ipovitaminosi D intercorsi. 

Pagina 1 di 9
Top
Questo sito utilizza i cookies, che consentono di ottimizzarne le prestazioni e di offrire una migliore esperienza all'utente. More details…