Fratture di femore, mobilità compromessa dopo chirurgia con bassi livelli di Vitamina D

25 Marzo 2020

La carenza di vitamina D può rivelarsi un fattore di rischio per il recupero della mobilità dopo intervento di frattura al femore. I risultati arrivano da uno studio multicentrico condotto tra Stati Uniti e Canada e pubblicato sull’American journal of clinical nutrition.

La frattura di femore è una delle più gravi conseguenze delle cadute negli anziani. In particolare, nelle donne, che costituiscono circa il 75% dei casi. Spesso ne pregiudica il recupero dell’autonomia anche dopo l’intervento chirurgico, mettendone a rischio la sopravvivenza.

Gli autori della ricerca hanno valutato 290 pazienti (73% donne) con frattura di femore, mettendo in correlazione i valori sierici di 25 (OH) D e lo stato nutrizionale con la mortalità e la capacità motoria a 30 e 60 giorni dall’intervento chirurgico: deficit di vitamina D e malnutrizione sono infatti due circostanze molto frequenti in questa tipologia di soggetti.

Livelli sierici di vitamina D superiori a 12 ng/ml sono risultati associati a una migliore performance della camminata a 30 e 60 a giorni dopo la chirurgia, misurata come capacità di percorre 3 metri in totale autonomia. La malnutrzione ha determinato una mobilità ridotta a 30 giorni, con un’evidenza non statisticamente significativa. Una nutrizione non soddisfacente è risultata anche correlata a scarsi livelli di paratormone, a effetto ipercalcemizzante. Nessuna correlazione, invece, tra carenza di Vitamina D, malnutrizione e mortalità.

Sui dosaggi, le evidenze non sono tutte concordi. Se, da una parte, studi precedenti hanno dimostrato che l'assunzione di 800 Ui/die di vitamina D, pari a 20 µg, può prevenire le cadute e l’incidenza di fratture, dall’altra, un’analisi condotta lo scorso anno suggerisce che un’assunzione eccessiva, pari a 4.000 Ui/die, rispetto a 600 Ui/die, riduce i tempi di reazione, aumentando il rischio di cadute e fratture.

“Sono risultati che indicano come dosi eccessive o ridotte di vitamina D hanno uno stretto legame con il rischio di caduta negli anziani” dice Sue Shapses, del dipartimento di Scienze nutrizionali presso la School of environmental and biological sciences alla Rutgers University-New Brunswick. “L’assunzione giornaliera raccomandata è di 600 Ui/die fino ai 70 anni e 800 oltre i 70. Un importante passo successivo sarà capire i meccanismi attraverso i quali la vitamina D influisce sulla mobilità. Per esempio, non è chiaro se una grave carenza sia associata a effetti diretti sui muscoli piuttosto che sulle funzioni cognitive o su altre funzioni o organi”

 

 

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