Si calcola siano circa tre milioni e mezzo, nel mondo, le persone che si cimentano ogni anno in attività cosiddette di endurance, se non addirittura di ultra-endurance, ovvero di durata tra le 4 e le 6 ore. Con l’obiettivo di fornire un quadro completo dei dati attualmente disponibili sulle corrette indicazioni nutrizionali per atleti di sport ad alta resistenza, Kenneth Vitale e Andrew Getzin, esperti in Medicina dello sport rispettivamente presso l’Università di San Diego e il Cayuga medical center di Ithaca, nello Stato di New York, hanno preso in esame una cinquantina di studi comparsi in letteratura tra il 1980 e il 2018 e pubblicato i risultati su Nutrients. 

L’uso di integratori alimentari per perdere peso o per rafforzare i muscoli mette a serio rischio la salute dei più giovani, tre volte di più di quelli vitaminici. Queste le conclusioni di uno studio condotto presso la Harvard T.H. Chan School of Public Health e pubblicato di recente sul Journal of adolescent health.

I ricercatori hanno esaminato le segnalazioni di eventi avversi tra gennaio 2004 e aprile 2015 presenti nel Us Food and drug administration adverse event reporting system on the food and dietary supplements database.

Hanno analizzato il rischio relativo di eventi medici gravi come morte, disabilità e ospedalizzazione in soggetti di età compresa tra 0 e 25 anni correlati all'uso di integratori venduti a scopo dimagrante, lo per rafforzare tono e potenza muscolare rispetto alle vitamine.

Nel corso degli 11 anni monitorati, sono emersi 1.392 eventi avversi, di cui il 40% (977) con esiti gravi, ovvero morte o ricovero in ospedale e gli integratori indicati per diete dimagranti o potenziamento muscolare presentavano un rischio tre volte superiore a quelli vitaminici. Due volte superiore, invece, il rischio per integratori indicati per disfunzione sessuale o pulizia del colon.

Così S. Bryn Austin, professore nel Dipartimento di Scienze sociali e comportamentali alla Harvard T.H. Chan School of Public Health e principale autore dello studio: “Più volte l’Fda ha messo in guardia sulla sicurezza degli integratori venduti con queste indicazioni, in particolare per i rischi connessi alla tossicità degli ingredienti contenuti. Molti, infatti, presentano etichette fuorvianti o vengono adulterati con sostanze pericolose, tra cui farmaci, steroidi, se non addirittura metalli pesanti o pesticidi. Per non parlare delle bevande energetiche, categoria particolarmente preoccupante perché molto consumata dai giovani ma con potenziali effetti su sistema nervoso e cardiovascolare. I Cdc stimano una media annuale di 23 mila accessi al pronto soccorso legati a eventi avversi da uso di integratori. Evidentemente tali avvertimenti, pur necessari, non sembrano sufficienti per mettere al sicuro bambini, adolescenti e giovani adulti. Il mercato è in continua crescita, ma sono necessari sforzi volti a regolamentarne maggiormente produzione, distribuzione e vendita”.

 

 

 

 

Una dieta chetogenica a bassissimo contenuto calorico, supportata da integrazione proteica, può rappresentare un valido strumento per trattare l’obesità e, contestualmente, indurre remissione di diabete di tipo2. Queste le conclusioni di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori guidati da Antonino De Lorenzo, direttore della Scuola di Specializzazione in Scienza dell'Alimentazione dell'Università degli Studi di Roma Tor Vergata e pubblicato su Nutrients. Il diabete di tipo due è una delle malattie più frequentemente correlate all’obesità e il trattamento a lungo termine di quest’ultima, nonché la regressione della prima rappresentano una delle sfide più difficili nella pratica clinica. Il fallimento, in questo senso, di diete che portano a rapide perdite di peso sono legati a un depauperamento della massa magra, responsabile di scatenare, a fine trattamento, una serie di eventi metabolici che portano addirittura a recuperare più peso di quello iniziale.

Nello studio, a braccio singolo, della durata di otto settimane, sono stati coinvolti 20 pazienti diabetici in trattamento dietetico e/o farmacologico (dieci maschi e dieci femmine), di età tra i 25 e i 75 anni, con Bmi tra 18 e 45 Kg/m2. L’obiettivo era valutare gli effetti di una dieta chetogenica a basso contenuto calorico (Vlckd) supportata da integrazione proteica su composizione corporea, dispendio energetico a riposo e diabete. Il trattamento dietetico prevedeva: 600 g/giorno di verdure, cotte o crude e non amidacee, distribuite su 2-3 pasti, 20 mL di olio extra vergine di oliva al giorno, preferibilmente crudo, per un contenuto calorico medio tra 450-600 kcal/die per le donne e 650-800 per gli uomini.

In aggiunta, una supplementazione, a ogni pasto, di proteine e aminoacidi in bustine da 8 g da sciogliere in acqua così composta: proteine ​​del siero di latte (6,71 g), carboidrati (0,015 g), grassi (0,075 g), isoleucina (0,155g), ornitina alfa-chetoglutarato (0,125 g), L-citrullina ( 0,125 g ), taurina (0,125 g ), L-arginina (0,100 g ), L-triptofano (0,0375 g), citrato di potassio (0,100 g ) e acido pantotenico (0,0015 g ) per un totale di 29 kcal. Infine, è stato indicato un apporto minimo di 2 L di acqua al giorno.

In sintesi, la distribuzione media giornaliera di macronutrienti e micronutrienti era: 5-10% di carboidrati (<25 g /die), derivati ​​principalmente da verdure; 60-70% di proteine, principalmente dal supplemento proteico e in minima parte da verdure; 25-30% di lipidi, esclusivamente da olio di oliva extra vergine e sodio <2.000 mg /giorno.

Ogni partecipante è stato sottoposto ad analisi chimico-cliniche a inizio e fine trattamento nonché ad analisi strumentali per la valutazione della composizione corporea (antropometria, assorbimetria a raggi X a doppia energia (Dxa), bioimpedenziometria (Bia) e calorimetria indiretta) al tempo zero e poi a 4 e 8 settimane.

Risultati

La perdita di peso a fine studio è stata pari a -15,77%, con riduzione del 10% di circonferenza addominale e fianchi, evidenziando la capacità del regime nutrizionale di ridurre la massa grassa in questi distretti. Per quanto riguarda la massa magra c’è stata una perdita nelle prime quattro settimane, assestatasi poi in quelle successive, un segnale positivo, secondo gli autori, per evitare l’effetto ricaduta alla sospensione della dieta. Altro obiettivo raggiunto è stato tendenzialmente il mantenimento del dispendio energetico a riposo (Ree), che normalmente si riduce nelle diete ipocaloriche accompagnate da forte calo ponderale. Per quanto riguarda i valori ematochimici, si è osservata una riduzione della glicemia a digiuno del 39,7%, con emoglobina glicata tornata a valori inferiori al 6,5%.

Così concludono gli autori: “Il nostro studio rafforza l’ipotesi di regressione del diabete in relazione a una diminuzione della massa grassa, confermando che preservare la massa magra rimane fondamentale per il successo terapeutico. Nessun paziente ha mostrato effetti avversi correlati all'integrazione con aminoacidi. La nostra ipotesi è che la conservazione della massa magra e il mantenimento della Ree siano in grado di mantenere il successo nel lungo termine. Tuttavia, lo studio presenta diversi limiti, a partire dal numero di pazienti coinvolti, dalla durata, dalla mancanza di follow-up e di un braccio di controllo. In futuro verranno effettuati studi caso-controllo longitudinali e randomizzati per confermare i risultati ottenuti in questo primo studio esplorativo. (nm)

 

 

 

 

Cautela e vigilanza per evitare due rischi opposti: sottostimare un fenomeno e creare allarmismi senza prove a supporto. Sono le raccomandazioni che Davide Donelli, Michele Antonelli e Fabio Firenzuoli, tra i maggiori esperti in Italia di fitoterapia, hanno affidato, in una lettera, all’Internal and emergency medicine, rivista della Società italiana di medicina interna (Simi), a commento dei recenti casi di epatotossicità collegati al consumo di curcumina e sotto monitoraggio da parte del ministero della Salute.

“L'uso tradizionale della curcumina come spezia, rimedio medicinale tradizionale e integratore alimentare sotto forma di estratto ad alta concentrazione è oggi considerato sicuro dall'Efsa, dall'Ema e dall’ Fda” sottolineano gli autori. “Gli effetti avversi riportati sono generalmente lievi e paragonabili a quelli che seguono la somministrazione di placebo, come dolore addominale, nausea, dispepsia. Tuttavia, va sottolineato che le formulazioni di curcumina a elevata biodisponibilità, come le nanoformulazioni o quelle in cui è associata alla piperina, sebbene apparentemente sicure, sono state meno studiate. Questo è un dettaglio importante, dal momento che gli eventi accaduti sembrano essere caratterizzati dall'uso di formulazioni ad alta biodisponibilità, spesso in associazione con piperina”.

In attesa di chiarimenti, si propongono alcune considerazioni utili alla comunità scientifica:

  1. casi di epatite sono stati concentrati negli ultimi 6 mesi, anche se non è escluso che potrebbero aumentare;
  2. i casi sono spesso legati all'uso della curcumina non solo di origine vegetale ma anche sintetica;
  3. la maggior parte degli integratori alimentari coinvolti contiene un'associazione di curcumina e piperina o una formulazione a elevata biodisponibilità;
  4. l'analisi del prodotto è fondamentale per escludere tutte le possibili ma anche possibili adulterazioni con altri specie di curcuma contenenti sostanze potenzialmente epatotossiche terpeniche come lo zederone;
  5. i pazienti andrebbero valutati dal punto di vista genetico per identificare potenziali polimorfismi che possono alterare il metabolismo epatico della curcumina e/o della piperina;
  6. ogni caso di epatite colestatica acuta con eziologia sconosciuta richiede un'anamnesi nutrizionale e farmacologica approfondita, perché altre sostanze naturali considerate finora sicure possono essere coinvolte;
  7. è importante che ogni caso sospetto che segue il consumo di un integratore alimentare o di un prodotto a base di erbe sia segnalato alle autorità sanitarie come "sospetto di reazione avversa a un prodotto naturale", per migliorare la conoscenza del fenomeno.

Il rischio di un allarmismo eccessivo, a detta degli autori, è che si arrivi a definire politiche di regolamentazione precauzionale altamente limitanti, come già accaduto in passato, per esempio con le restrizioni sull'uso di kava-kava che ha provocato la completa indisponibilità delle materie prime in Europa. “Se non giustificate, tali limitazioni avrebbero solo ripercussioni negative sulla pratica clinica della fitoterapia. A oggi, il profilo di efficacia e sicurezza della curcumina è positivo per diverse condizioni patologiche, in particolare per le malattie infiammatorie croniche e per il trattamento integrativo del cancro in oncologia, dove queste sostanze sono spesso utili ai medici per gestire e ottimizzare le terapie. La nostra speranza è che la comunità scientifica, così come le autorità sanitarie di tutti i paesi, capiscano tempestivamente e correttamente il fenomeno e lo controllino il prima possibile, migliorando anche le verifiche di qualità e di approvazione di sicurezza di tali prodotti”.

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