Nello sviluppo degli integratori alimentari, molte materie prime sono di origine vegetale. Ciò che conferisce loro proprietà fisiologiche per l’uomo sono i cosiddetti metaboliti secondari, sostanze che le piante producono per difendersi dall’ambiente. Il controllo di qualità delle materie prime, del ciclo di produzione e la verifica di eventuali sofisticazioni sono le garanzie necessarie per offrire un prodotto di qualità.
Scritto da chimici, biochimici ed esperti di nutrizione, Glucosinolates: Properties, Recovery and Applications (Academic press, 384 pp, 250 Dollari, disponibile dal prossimo 1 ottobre), si candida a diventare una vera e propria Bibbia sul tema. Il testo parte da una panoramica sui glicosinolati e la loro diversità nelle piante, per affrontare in maniera completa e articolata tutti gli aspetti legati a biosintesi, metabolismo, effetti sulla salute, affrontando anche argomenti legati alla catena di approvvigionamento alimentare, alla trasformazione in corso di cottura, con un capitolo intero dedicato al dilemma dei glucosinolati “buoni” e “cattivi”.
«Il farmacista può esercitare l’attività di nutrizionista, nel rispetto della legislazione vigente, limitando l’attività in campo nutrizionistico alla sola consulenza». È quanto evidenzia la Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (Fofi), così come riportato dal magazine di settore farmaciavirtuale.it, in risposta a un quesito inviato dall’Ordine dei farmacisti della provincia di Salerno, avente come oggetto «parere su farmacista nutrizionista». Nello specifico, la Fofi sottolinea che «in linea generale, il farmacista, anche specializzato, non può prescrivere diete, ma può esclusivamente fornire consulenze e dare informazioni riguardanti medicinali, integratori alimentari e, comunque, altri prodotti venduti in farmacia (parere del Consiglio superiore di Sanità del 15 dicembre 2009). La prescrizione delle diete, infatti, è riservata alla competenza del medico, del biologo e del dietista».
«A tal proposito – evidenzia la Federazione -, la Suprema Corte di Cassazione, in una recente sentenza, ha affermato che “integra il reato di esercizio abusivo di una professione, l’attività di colui che fornisce indicazioni alimentari personalizzate, sulla base della valutazione delle caratteristiche fisiche di ogni cliente, caratterizzate da puntuali prescrizioni e previsioni, senza però appartenere alle categorie professionali che hanno specifiche competenze in tema di bisogni alimentari” (Cass. pen. Sez. VI Sent., 30/03/2017, n. 20281)».
Negli ultimi dieci anni è scomparso un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati ed effetti dirompenti sull’economia, sull’occupazione e sull’ambiente. A denunciarlo è la Coldiretti nel corso del “Villaggio contadino”, tre giorni di manifestazione tenutasi di recente a Milano.
Per la trebbiatura 2019, secondo una prima stima Coldiretti si prevede un raccolto di quasi 7 miliardi di chili di grano, coltivati su oltre 1,8 milioni di ettari, rispetto ai circa 2,3 milioni di un decennio fa. Se i terreni coltivati calano, si registra però in controtendenza un boom della coltivazione di grani antichi che, nel giro di due anni, hanno visto moltiplicarsi per sei le superfici coltivate, passando dai 1.000 ettari del 2017 ai 6.000 attuali, trainato dal crescente interesse per la pasta 100% italiana e di qualità. Un esempio è il grano Senatore Cappelli, ma da Nord a Sud sono state recuperate tante altre varietà, dalla Timilia al Saragoilla, dal gentil Rosso al Farro dicocco e monococco, dal Russello al Burattata. Un lavoro di valorizzazione importante non solo dal punto di vista economico ma anche ambientale poiché – sottolinea Coldiretti – questi tipi di grano antico sono particolarmente rustici, ovvero adattate a sopravvivere in condizioni ambientali ostili, poveri di nutrienti e di acqua con un limitato utilizzo di agrofarmaci.
Un lavoro che rischia di essere vanificato – sottolinea la Coldiretti – dai bassi prezzi riconosciuti ai coltivatori a causa delle speculazioni e delle importazioni dall’estero di prodotti che non rispettano le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale vigenti nel nostro Paese. Dopo l’approvazione dell’accordo di libero scambio (Ceta), nei primi tre mesi del 2019 il Canada è risultato il primo fornitore di grano duro dell’Italia con un aumento di 600 volte delle importazioni di prodotto trattato con l’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate sul territorio nazionale dove la maturazione avviene grazie al sole.
Una situazione che mette in pericolo la vita di oltre trecentomila aziende agricole che coltivano grano spesso in aree interne senza alternative produttive e per questo a rischio desertificazione. Alla perdita economica e di posti di lavoro si aggiunge il rischio ambientale in un Paese che con l’ultima generazione ha perso oltre un quarto della terra coltivata per colpa dell’abbandono, della cementificazione e degli attacchi degli animali selvatici che distruggono i raccolti agricoli.