La longevità passa sempre più da nutrizione, microbiota e integrazione, ma gli italiani continuano ad avere un approccio al benessere prevalentemente “reattivo”, orientato cioè a rispondere a esigenze immediate più che a costruire una strategia di salute a lungo termine. È quanto emerge dalla ricerca “Longevità: percezioni e comportamenti”, realizzata da YouTrend per Named Group insieme a Will Media e presentata nei gironi scorsi al Milan Longevity Summit.

L’epidemiologia nutrizionale si è storicamente fondata su strumenti di auto-segnalazione, quali Food frequency questionnaires (Ffq) e richiami delle 24 ore. Pur avendo avuto un ruolo rilevante, tali metodiche presentano limiti intrinseci che ne riducono l’accuratezza nella pratica clinica moderna e rendono complessa l’identificazione di relazioni causali solide. Il superamento di queste criticità richiede l’impiego di metaboliti indicatori di esposizione acuta e cronica, capaci di restituire un’impronta biochimica oggettiva e quantificabile.

Quanto della protezione cerebrovascolare associata alla dieta mediterranea dipende realmente dall’alimentazione? E quali meccanismi molecolari spiegano la riduzione del rischio di ictus? A parlarcene, Gaetano Pacinella, Uoc di Medicina interna con Stroke Care del Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo, prima firma di una recente review pubblicata su Nutrients.

Gli agonisti del recettore del GLP-1 (GLP-1RA), quali dulaglutide, liraglutide e semaglutide, così come i doppi agonisti GIP/GLP-1 (tirzepatide), sono ampiamente impiegati nella pratica clinica e si dimostrano altamente efficaci nel trattamento del diabete mellito di tipo 2 e dell’obesità e delle loro complicanze.

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