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Ognuno di noi è una combinazione unica di fattori genetici che incidono sul rischio di malattia insieme a una serie di stimoli esterni, compresi quelli derivanti dall’introduzione del cibo. Identificare le caratteristiche genetiche che ci permettono di rispondere in un modo piuttosto che in altro agli alimenti è fondamentale. Bisogna, però, non concentrarsi sullo studio di singole varianti ma comprendere l’intero complesso della risposta genomica.

La ricerca Nomisma “Prevenzione e stili di vita”, promossa da UniSalute, evidenzia come gli italiani siano molto attenti all’alimentazione, pur con diversi margini di miglioramento. Considerano il cibo sicuramente strumento di piacere e convivialità ma tre italiani su dieci mostrano piena consapevolezza del fatto che mangiare bene significa essere in salute. Dall’analisi, emergono buone abitudini alimentari, con discreta presenza di frutta e verdura a tavola e buon mix di nutrienti durante la giornata. Poco, purtroppo, il consumo di pesce. Tra le ombre, l’esagerato ricorso alle diete fai da te e una prevalenza di sovrappeso e obesità che richiede interventi urgenti sul fronte clinico e istituzionale.

Diplomato come tecnico di ricerca biochimica presso l’Istituto Mario Negri di Milano, ha iniziato a lavorare presso l’Istituto Firc di oncologia molecolare (Ifom) nel capoluogo lombardo. È oggi uno dei più seguiti food blogger e divulgatore televisivo sui temi di nutrizione. “Gli italiani cominciano piano piano a mangiare meglio, ma rimane la criticità delle diete fai da te, per le quali troppo spesso si attinge a schemi senza alcuna validità dimostrata. I professionisti della nutrizione hanno un ruolo chiave nel seguire e istruire i pazienti secondo principi basati sulle evidenze scientifiche”.

Il calo ponderale del paziente oncologico porta a gravi conseguenze, a partire da una minore tollerabilità delle terapie sino all’abbandono delle stesse. Vi sono però segnali precoci che il nutrizionista può intercettare per un intervento tempestivo. Tra questi, l’anoressia, la disgeusia (perdita del senso del gusto), la disosmia (perdita del senso dell’olfatto), ma anche alterazioni dei livelli amatici di marker infiammatori riscontrabili nei normali esami di routine.

Il 9% dei pazienti è già malnutrito in prima visita oncologica, ovvero ancora prima di iniziare le terapie antitumorali. Il 43% è a rischio di malnutrizione. La malnutrizione è presente nel 39% circa dei pazienti in trattamento attivo (chemio e radio) e un paziente oncologico su cinque muore di cachessia neoplastica prima che per la malattia. I pazienti oncologici malnutriti tollerano meno bene le terapie, la cui tossicità aumenta in corso di malnutrizione e, in media, ricorrono maggiormente a ricoveri ospedalieri ripetuti.

La supplementazione calorico-proteica ha evidenziato, in pazienti con diversi tipi di tumore e trattati in diversi stadi di malattia, un miglioramento non solo del peso corporeo e dell’assunzione globale di proteine e calorie, ma anche dello stato clinico del paziente, della sua qualità di vita e della sua tolleranza all’esecuzione di cicli multipli di chemio e/o radioterapia.

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