L’obesità può associarsi a una condizione apparentemente paradossale: la carenza di ferro. Nonostante un apporto calorico spesso adeguato o persino eccessivo, le persone con obesità presentano, infatti, un rischio maggiore di alterazioni del metabolismo del ferro. Alla base vi sarebbero, tra gli altri fattori, l’infiammazione cronica di basso grado e l’aumento dell’epcidina, l’ormone che svolge un ruolo centrale nella regolazione dell’omeostasi del ferro. Una revisione sistematica pubblicata su Nutrients ha analizzato gli effetti di tre diversi pattern alimentari (dieta mediterranea, dieta chetogenica e digiuno intermittente) sul metabolismo del ferro negli adulti con obesità. Gli autori hanno incluso nella sintesi qualitativa 38 studi, evidenziando differenze e punti di attenzione, ma anche un elemento trasversale: la perdita di peso sembra contribuire di per sé al miglioramento dello status del ferro, attraverso la riduzione dell’infiammazione e dei livelli di epcidina.

Negli ultimi anni, il digiuno intermittente è passato da essere una pratica di nicchia a una vera e propria tendenza per la salute. Promosso come un metodo rivoluzionario per migliorare il metabolismo e perdere peso, questa pratica consiste nel limitare l'assunzione di cibo a finestre temporali specifiche, alternate a periodi di astensione totale o parziale dalle calorie. Tuttavia, una recente e approfondita revisione della Cochrane Library mette in discussione l'efficacia superiore di questo approccio rispetto alle diete tradizionali.

Osservare il Ramadan aiuta a ridurre, anche se temporaneamente, il colesterolo, altri lipidi e i marcatori infiammatori nel sangue. Questa la conclusione di un gruppo di scienziati che hanno esaminato il modello del digiuno intermittente del Ramadan (Rif) nelle persone in sovrappeso e obese. I risultati suggeriscono che il Rif è associato a miglioramenti dei lipidi nel sangue e del livello di composti grassi chiamati ceramidi e sfingolipidi nel sangue, nonché a una protezione temporanea contro i fattori di rischio cardiometabolico.

Un'analisi condotta su oltre 20 mila adulti statunitensi ha rilevato che chi adotta un piano alimentare limitato a un arco temporale di meno di 8 ore al giorno, ha maggiori probabilità di morire di malattie cardiovascolari rispetto a chi si alimenta in un intervallo di 12-16 ore al giorno. I risultati della ricerca sono stati presentati all'Epidemiology and prevention lifestyle and cardiometabolic scientific sessions 2024 dell'American heart association (Chicago, 18-21 marzo 2024) e hanno suscitato reazioni contrastanti di illustri clinici e ricercatori italiani.

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