Il microbiota intestinale è strettamente coinvolto nell’evoluzione di Covid-19, in relazione alla risposta immunitaria dell'ospite. Inoltre, la disbiosi conseguente può persistere anche dopo la guarigione, contribuendo all’insistenza di alcuni sintomi che pregiudicano una rapida ripresa. Queste le conclusioni di una ricerca pubblicata su Gut, rivista del gruppo Bmj, che ha voluto mettere in relazione gravità della malattia, disbiosi intestinale e marker ematici di infiammazione in pazienti colpiti da Covid-19.

Varietà e quantità dei batteri intestinali possono incidere sulla gravità di Covid-19 e sulla risposta del sistema immunitario all'infezione, secondo una ricerca pubblicata di recente su Gut. Non solo: una situazione di disbiosi può avere anche ricadute nel cosiddetto post-Covid, ovvero quella sindrome che persiste nei pazienti colpiti dalla malattia anche dopo l’eliminazione del virus.

Allo scopo di far luce sul legame tra microbiota intestinale e artrosi, nei mesi scorsi un gruppo di lavoro ha pubblicato su Ageing research, per conto dell’European society for clinical and economic aspects of osteoporosis, osteoarthritis and musculoskeletal diseases (Esceo) un documento di consenso che fa il punto su quanto oggi emerge dalla letteratura scientifica.

Con un probiotico multiceppo, multispecie e multigenere si riesce a integrare i microorganismi mancanti e a contrastare i non idonei. Inoltre, proprio per le diverse caratteristiche dei vari ceppi, specie e generi, questi possono sinergizzare e favorire la colonizzazione intestinale. Questo il messaggio chiave di un press webinar tenuto di recente da Patrizia Brigidi, docente di Biotecnologia delle fermentazioni presso il dipartimento di Farmacia e Biotecnologie di Bologna, durante il quale si è voluto ribadire il concetto di fingerprint batterico, ovvero di come ciascun individuo possegga un microbiota proprio, un’impronta personale e unica, proprio come quella digitale.

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