Negli Stati Uniti sta emergendo una tendenza preoccupante che mette a rischio la salute dei più piccoli: un numero crescente di genitori sceglie di non somministrare l'iniezione di vitamina K ai propri neonati alla nascita. Sebbene i tassi di rifiuto rimangano complessivamente bassi, al di sotto dell'1% in molti ospedali, i dati recenti mostrano una crescita costante che preoccupa la comunità medica. Una revisione sistematica della ricerca, che sarà presentata al 78° incontro annuale dell'American academy of neurology in programma dal 18 al 22 aprile prossimi, evidenzia come questa scelta esponga i bambini a un rischio significativamente più alto di emorragie cerebrali potenzialmente letali e disabilità a lungo termine.

Diverse evidenze sperimentali sembrano indicare un ruolo importante giocato dalla vitamina K nel metabolismo osseo. Un suo deficit, infatti, è stato collegato ad aumentato rischio di fratture in studi osservazionali e trial clinici. Per fare il punto, un gruppo di lavoro guidato da Maria Fusaro, ricercatrice presso il Cnr di Pisa e l’Università di Padova, ha realizzato una review pubblicata su Nutrients dei dati a oggi disponibili, suggerendo la necessità di avviare ulteriori studi con sufficiente potere statistico per fare luce in un ambito clinico sicuramente promettente.

Si aggiungono indizi all’ipotesi che sia la vitamina K2 piuttosto che la K1 a proteggere maggiormente dal rischio di malattia coronarica. Nuove evidenze, infatti, giungono da uno studio osservazionale norvegese da poco pubblicato su Bmj open, rivista del gruppo British medical journal.

Già uno studio del 1996 aveva dimostrato che il livello sierico di fillochinone, la forma dietetica più abbondante della vitamina K, piuttosto che la carbossilazione dell’osteocalcina, era significativamente più basso nei pazienti anziani con frattura del collo del femore e nell’osteoartrite rispetto al controllo sano, suggerendo che la vitamina K fosse un potenziale marker di salute scheletrica.

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