Gli alimenti ultra-processati sono sempre più presenti sulle tavole degli italiani, ma il loro consumo abituale potrebbe avere conseguenze rilevanti sulla salute dell'apparato digerente. È il messaggio lanciato dalla Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige), che nei giorni scorsi ha presentato alla Camera dei Deputati una revisione delle più recenti evidenze scientifiche sul tema. Il lavoro confluirà entro la fine dell'anno in un position paper della società scientifica.

L'infertilità, definita come l'impossibilità di concepire dopo dodici mesi di rapporti non protetti, rappresenta un pesante onere per la salute pubblica mondiale, con ripercussioni psicologiche, sociali ed economiche. Poiché l'accesso alle tecnologie di riproduzione assistita è spesso limitato dai costi elevati, l'attenzione della ricerca si è spostata verso fattori modificabili, come la dieta.

Un nuovo studio italiano, pubblicato su Cancer epidemiology, biomarkers & prevention getta luce su un aspetto cruciale della nutrizione per chi ha superato una diagnosi oncologica: non conta solo "cosa" si mangia, ma anche come quel cibo è stato prodotto. Secondo la ricerca, condotta dall’Irccs Neuromed di Pozzilli, i sopravvissuti al cancro che consumano elevate quantità di cibi ultra-processati (UPF) presentano un rischio significativamente più alto di mortalità sia per cause generali che per il cancro stesso.

Una nuova serie tematica della rivista britannica The Lancet, firmata da 43 esperti internazionali, ha preso in esame l'impatto degli alimenti ultra-processati (Upf) sulla dieta a livello planetario, invocando una riforma politica e azioni di sensibilizzazione coordinate.

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