Il Bmi non può essere l'unico parametro per diagnosticare l'obesità, ma va integrato con altre misure di grasso corporeo. In aggiunta, sono necessarie nuove categorie diagnostiche basate sulla presenza o assenza di disfunzione degli organi e l’approccio terapeutico deve essere calibrato paziente per paziente. Queste alcune delle principali novità contenute in un documento pubblicato su The Lancet Diabetes & Endocrinology, realizzato da una commissione di esperti con l'endorsement di oltre 75 associazioni mediche a livello mondiale. L’intento è quello di proporre un approccio rinnovato e più preciso alla diagnosi e alla gestione dell'obesità.

 

Per decenni l'indice di massa corporea (Bmi) è stato utilizzato come indicatore della salute di una persona. Il parametro, però, considera solo l'altezza e il peso e potrebbe non offrire un quadro chiaro e accurato del rischio di incorrere in malattie legate all’eccesso ponderale, come quelle cardiache, il diabete e alcuni tipi di cancro. Recentemente sono stati pubblicati due articoli sull'International Journal of environmental research and public health e su Nutrition, metabolism and cardiovascular diseases che suggeriscono nuovi strumenti di misura in grado di fornire una più accurata previsione della distribuzione del grasso corporeo, tenendo in considerazione le differenze di etnia e sesso.

Mangiare pasta fa bene alla salute: la qualità della dieta ne beneficia e l’apporto di nutrienti è decisamente migliore rispetto a chi non ne consuma. In aggiunta, non si osservano riflessi sull’aumento ponderale in bambini e adulti maschi mentre nelle donne si evidenzia una correlazione con una riduzione di circonferenza vita, peso corporeo e indice di massa corporea.

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