In un'epoca in cui la medicina tende verso parametri sempre più sofisticati e personalizzati, la Società italiana dell’obesità (Sio) lancia un monito dall’European congress on obesity (ECO2026) di Istanbul: l’Indice di massa corporea (Bmi) non può e non deve essere ancora mandato "in pensione". Nonostante i suoi noti limiti tecnici, il Bmi resta oggi l’unico strumento di screening rapido, universale e a costo zero a nostra disposizione per affrontare una patologia che colpisce ben 6 milioni di italiani.
Il Bmi non può essere l'unico parametro per diagnosticare l'obesità, ma va integrato con altre misure di grasso corporeo. In aggiunta, sono necessarie nuove categorie diagnostiche basate sulla presenza o assenza di disfunzione degli organi e l’approccio terapeutico deve essere calibrato paziente per paziente. Queste alcune delle principali novità contenute in un documento pubblicato su The Lancet Diabetes & Endocrinology, realizzato da una commissione di esperti con l'endorsement di oltre 75 associazioni mediche a livello mondiale. L’intento è quello di proporre un approccio rinnovato e più preciso alla diagnosi e alla gestione dell'obesità.
La composizione corporea in soggetti obesi o in sovrappeso varia in funzione dell’età e del genere. Alla luce di ciò, l’Indice di massa corporea (Bmi) si rivela un indicatore obsoleto e fuorviante e sono necessarie ricerche future per identificare nuovi strumenti in grado di monitorare tali cambiamenti in questa specifica popolazione. Queste le conclusioni di uno studio osservazionale pubblicato su Nutrients e condotto da un gruppo di ricerca guidato da Laura Di Renzo, direttore della scuola di specializzazione in Scienza dell’alimentazione e preside della facoltà di Farmacia dell’Università Tor Vergata di Roma.
L’Indice di massa corporea inganna e, dopo mezzo secolo, cambiano nelle linee guida americane i criteri per misurare il grasso in eccesso. Considerato da decenni fattore determinante per stabilire se una persona è entro i limiti del peso normale od obesa, il Bmi non sarà più usato dai medici statunitensi come unico criterio perché responsabile di enormi errori, in quanto non tiene conto delle differenze di genere nella distribuzione e nella percentuale del grasso corporeo, oltre che dell’età e dell’etnia.