Caffè e cuore, l’Aha fa chiarezza: consumo moderato associato a minor rischio

14 Settembre 2026

Bere caffè non sembra aumentare il rischio cardiovascolare e, in quantità moderate, potrebbe essere associato a un profilo di rischio addirittura più favorevole. È una delle conclusioni della nuova Scientific statement dell’American heart association (Aha), pubblicata su Circulation, che passa in rassegna le evidenze disponibili sugli effetti della caffeina e delle bevande che la contengono su fattori di rischio e malattie cardiovascolari.

Il primo elemento da considerare è, però, proprio la difficoltà di separare gli effetti della caffeina da quelli del prodotto che la veicola. La maggior parte degli studi riguarda infatti il caffè, non la caffeina pura. E il caffè contiene numerosi altri composti bioattivi, tra cui acidi clorogenici, diterpeni, trigonellina e melanoidine. Inoltre, gran parte delle evidenze deriva da studi osservazionali, suscettibili a fattori confondenti, mentre gli studi randomizzati sono ancora relativamente pochi.

Pressione e metabolismo

Sul fronte della pressione arteriosa, il rapporto appare complesso e non lineare. Gli studi prospettici descrivono una relazione a forma di J tra consumo abituale di caffè e rischio di ipertensione: il rischio può aumentare con consumi di una-tre tazze al giorno, per poi mostrare una tendenza alla riduzione con quantità maggiori. Gli effetti a lungo termine della caffeina sulla pressione restano tuttavia incerti e un consumo elevato potrebbe rappresentare un problema soprattutto per chi soffre di ipertensione grave o presenta una particolare sensibilità alla caffeina.

Più consistente è l'associazione osservata con il diabete di tipo 2. Una revisione di 28 studi prospettici ha rilevato una riduzione del rischio del 20% con un consumo medio di 3,5 tazze al giorno e del 30% con cinque tazze. Nello studio Epic, il consumo di almeno tre tazze era associato a un rischio inferiore del 27% tra quasi 70 mila donne. Gli autori sottolineano però che i risultati potrebbero essere attribuibili al caffè nel suo complesso e non alla sola caffeina.

Meno aritmie, ma attenzione ai battiti ventricolari

Anche per le aritmie il quadro è meno intuitivo di quanto si potrebbe pensare. Il consumo abituale e moderato di caffè caffeinato è generalmente associato a un rischio uguale o inferiore di fibrillazione atriale. In uno studio randomizzato condotto in pazienti con fibrillazione atriale sottoposti a cardioversione, il consumo di almeno una tazza al giorno ha ridotto del 39% il rischio di recidiva. Al contrario, studi randomizzati hanno evidenziato un aumento delle contrazioni ventricolari premature.

Coronarie, scompenso e ictus

Per la malattia coronarica, le evidenze più recenti hanno ridimensionato i timori emersi dagli studi più datati. Una metanalisi di 30 coorti prospettiche non ha rilevato un aumento del rischio fino a sei tazze al giorno; consumi moderati erano associati a una riduzione di circa il 10%, mentre nell'UK Biobank il rischio più basso è stato osservato con due-tre tazze quotidiane.

Anche per lo scompenso cardiaco emerge una relazione a J, con il rischio più basso intorno a quattro tazze al giorno. Per l'ictus, una metanalisi di 20 studi di coorte ha invece individuato il livello di rischio minimo a tre-quattro tazze, corrispondente a una riduzione del 21%. Si tratta, anche in questi casi, prevalentemente di associazioni osservazionali e non di prove di causalità.

Non tutta la caffeina è uguale

L'Aha considera sicuro per la maggior parte degli adulti un consumo fino a 400 mg di caffeina al giorno, pari indicativamente a 3-5 tazze di caffè americano (720 ml - 1.200 ml. Una tazzina di espresso piccolo contiene 60-80 mg di caffeina). Ma questo dato non deve essere esteso automaticamente a prodotti ad alta concentrazione. Le bevande energetiche, in particolare, sono associate a incrementi significativi della pressione e, sulla base delle evidenze disponibili, a possibili effetti cardiovascolari sfavorevoli.

Conta inoltre il metodo di preparazione. Il caffè non filtrato, come quello preparato con French press o alla turca, contiene cafestolo, una sostanza in grado di aumentare il colesterolo Ldl. Questo effetto non è invece rilevante nel caffè filtrato con carta o istantaneo.

Nel complesso, il quadro delineato dall’Aha è quindi rassicurante: per la maggior parte degli adulti, un consumo moderato di caffè, fino a circa 400 mg di caffeina al giorno, non sembra rappresentare un rischio per la salute cardiovascolare e si associa, negli studi disponibili, a un minor rischio di malattia coronarica, scompenso cardiaco, ictus e fibrillazione atriale.

Questo non significa, però, che il caffè debba essere considerato un trattamento preventivo. Le evidenze sui possibili benefici derivano soprattutto da studi osservazionali e riguardano il caffè nel suo complesso, rendendo difficile stabilire quanto dipenda dalla caffeina e quanto dagli altri composti bioattivi della bevanda. Al contrario, l'assunzione di dosi elevate di caffeina, soprattutto attraverso energy drink o prodotti concentrati, non può essere assimilata al consumo abituale di caffè e può avere effetti cardiovascolari sfavorevoli. (n.m.)

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