Lattoferrina e Covid-19, scoppia la bufera

03 Novembre 2020

Il detonatore è un articolo su sito del quotidiano la Repubblica dal titolo: “Mangia il ferro di cui si nutre il virus, così la lattoferrina può combattere il Covid". Racconta di una ricerca condotta dall’Università Tor Vergata di Roma in collaborazione con l’Università La Sapienza che suggerisce un effetto protettivo della lattoferrina contro Covid-19. Da una parte, le farmacie della Capitale vengono prese d’assalto mentre, dall’altra, impazza la guerra mediatica tra scienziati.

Il primo a intervenire è il virologo Roberto Burioni sulla sua pagina social Medical Facts: “Non esiste alcuna evidenza clinica che indichi l’utilità della lattoferrina nel prevenire o curare il Covid-19”.

A stretto giro la risposta al vetriolo di Elena Campione, che dello studio è uno degli estensori: “È ancora doveroso riportare alcune utili evidenze scientifiche per illuminare qualche virologo abituato a vedere più telecamere che pazienti. L’attività antivirale in vitro nei confronti di Sars-Cov-2 si basa sulla capacità della lattoferrina di legarsi al virus e alle cellule dell’ospite inibendo le fasi precoci dell’infezione virale. È stato altresì dimostrato in vitro che la lattoferrina inibisce Sars-Cov-2 anche nella fase post-infezione”.

La contestazione, però, alimentata sui social da altri illustri scienziati tra i quali Enrico Bucci della Temple University di Filadelfia e Antoniella Viola dell’Università di Padova, riguarda la mancanza di studi clinici randomizzati, in doppio cieco con gruppo di controllo rispetto al possibile impiego nei pazienti, tanto da indurre la Fnomceo a prendere una posizione attraverso il suo portale di informazione Dottore ma è vero che?.

Viene messa in discussione la ricerca, pubblicata nel luglio scorso, che ha dato origine all’articolo su Repubblica. “Gli autori dello studio hanno coinvolto 32 pazienti con Covid-19, età media di circa 55 anni, 22 dei quali presentavano sintomi da lievi a moderati mentre 10 erano asintomatici” si legge sul portale Fnomceo. “Nonostante lo studio si presenti come randomizzato i pazienti sono stati selezionati consecutivamente, quindi non in modo casuale. Gli esiti dell’intervento somministrato, ovvero la lattoferrina, sono stati messi a confronto con quelli ottenuti in un gruppo di controllo composto da 32 volontari sani, negativi ai test per Sars-CoV-2, che non ricevevano alcun tipo di trattamento. Nei 22 pazienti sintomatici trattati si è registrata la remissione dei sintomi in un lasso di tempo compreso tra 15 e 30 giorni. Inoltre, è stata registrata la negativizzazione di tutti i pazienti”.

Sulla base di questi dati, le obiezioni: “Primo, lo studio non è ancora stato sottoposto a peer review, essendo stato inserito in un archivio di articoli in prepubblicazione disponibili alla consultazione. Secondo, il limite della numerosità estremamente bassa delle persone coinvolte nello studio, riconosciuto anche dagli stessi autori, potrebbe compromettere la validità stessa dei risultati. Terzo, la validità è messa in discussione anche dall’assenza di confronto con un placebo o con un trattamento attivo. Quarto, il decorso della malattia nei 32 pazienti arruolati non è stato messo a confronto con quello di altrettanti pazienti ai quali fosse stato erogato lo standard of care sul quale la comunità scientifica ha raggiunto un consenso nell’aprile 2020”.

Così Arrigo Cicero, presidente della Società italiana di nutraceutica (Sinut): “Numerosi studi clinici controllati, molti dei quali condotti su neonati, hanno confermato azioni microbicide e immunostimolanti della lattoferrina, osservate peraltro chiaramente in diversi modelli preclinici. Gli effetti più importanti sono stati osservati a carico del sistema gastrointestinale e genito urinario, molto meno a livello respiratorio. Tuttavia, non esiste alcuno studio clinico pubblicato ove si riporti un qualche effetto della lattoferrina sul coronavirus nell'uomo. L'utilizzo strumentale della pandemia da coronavirus per promuovere attività non dimostrate di integratori alimentari, peraltro sicuri e con altre funzioni ben studiate, è assolutamente deprecabile”.

Nicola Miglino

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