D.ssa Di Lauro, qual era l’obiettivo principale di questo studio e perché era importante osservare le abitudini alimentari “reali” delle persone con malattia renale cronica?
L’obiettivo principale era quello di fornire una fotografia delle abitudini alimentari reali dei pazienti con Ckd in stadio 3–5, dopo la diagnosi ma prima di un intervento nutrizionale strutturato da parte di un nutrizionista o dietologo. Osservare l’alimentazione spontanea dei pazienti è stato fondamentale per comprendere il punto di partenza reale da cui i professionisti della nutrizione possono intervenire, permettendo così di impostare strategie dietetiche più mirate ed efficaci nel supporto alla gestione della patologia.
Uno dei risultati più sorprendenti riguarda il consumo più basso di alimenti ultra-processati nei pazienti con Ckd: come interpretate questo dato? Vi ha stupito?
Sì, questo risultato ci ha sorpreso, soprattutto considerando che si tratta di pazienti con Ckd in stadi avanzati. Nonostante la letteratura mostri un chiaro legame tra consumo di alimenti ultra-processati e sviluppo o progressione della malattia renale cronica, il gruppo studiato presenta un consumo inferiore di questi prodotti. Questo dato può essere interpretato come una forma di autogestione spontanea del paziente, probabilmente influenzata sia dalla consapevolezza della malattia sia dalle numerose campagne di informazione e prevenzione attualmente diffuse su alimentazione e salute.
Dallo studio emerge però anche un disequilibrio nutrizionale, in particolare nell’apporto calorico e di carboidrati: quali rischi comporta questo tipo di alimentazione nei pazienti renali?
In assenza di una guida nutrizionale specifica, molti pazienti tendono a ridurre l’introito alimentare complessivo per timore di sbagliare, con conseguente riduzione dell’apporto calorico. Allo stesso tempo, spesso non controllano adeguatamente l’assunzione proteica e aumentano il consumo di carboidrati. Questo squilibrio può favorire malnutrizione proteico-energetica e peggiorare la prognosi. Numerosi studi dimostrano, infatti, che una dieta con un apporto proteico controllato, privilegiando proteine di elevata qualità biologica, associata a un adeguato apporto calorico, è in grado di rallentare la progressione della malattia renale cronica.
Il consumo di sale risulta inferiore nei soggetti con Ckd, pur in assenza di una consulenza nutrizionale strutturata: pensate che la consapevolezza della malattia influenzi spontaneamente le scelte alimentari?
Sì, riteniamo che la consapevolezza della malattia giochi un ruolo importante. Già al momento della diagnosi, il nefrologo fornisce generalmente alcune indicazioni di base, tra cui la riduzione del consumo di sale. A questo si aggiunge l’impatto delle campagne di sensibilizzazione sulla Ckd e sull’ipertensione, patologie in forte aumento, che contribuiscono a orientare spontaneamente le scelte alimentari dei pazienti.
Non sono emerse differenze significative nell’assunzione proteica tra pazienti e controlli: cosa ci dice questo dato sul livello di conoscenza nutrizionale dei pazienti?
Questo risultato suggerisce che, nonostante una certa autoconsapevolezza legata alla diagnosi, la conoscenza nutrizionale dei pazienti rimane incompleta. In particolare, non emerge una reale comprensione dell’importanza della riduzione del carico proteico, che rappresenta uno degli elementi chiave della dieta nel paziente con Ckd. Ciò conferma che l’autogestione, da sola, non è sufficiente a garantire un’alimentazione adeguata.
Alla luce dei risultati, quale messaggio pratico dovrebbe arrivare ai pazienti e ai clinici sul ruolo della dieta nella gestione della Ckd?
Il messaggio principale è che, dopo la diagnosi di malattia renale cronica, è fondamentale affiancare precocemente al follow-up nefrologico il supporto di un nutrizionista o dietologo. La sola consapevolezza del paziente non è sufficiente: è necessaria una dieta personalizzata, ben calibrata in termini di apporto proteico ed energetico, e attenta alla qualità degli alimenti. È interessante notare che molti pazienti riducono spontaneamente il consumo di alimenti ultra-processati, ma questo comportamento deve essere inserito all’interno di un piano nutrizionale strutturato per essere realmente efficace nel rallentare la progressione della malattia.
Nicola Miglino
