La Planetary health diet, ricordiamo, enfatizza un regime alimentare prevalentemente a base vegetale e per lo più con alimenti minimamente trasformati, raccomandando al contempo un consumo limitato di carne rossa, alimenti altamente trasformati, zuccheri aggiunti e amidi raffinati.
A parlarcene, Guido Gembillo, Unità di Nefrologia e dialisi, dipartimento di Medicina clinica e sperimentale, università di Messina, prima firma dello studio
Dr. Gembillo, qual è stata la motivazione principale che vi ha spinto a indagare il legame tra Planetary health diet index, composizione corporea e salute renale?
Quando abbiamo deciso di concentrare le nostre ricerche sulla Planetary health diet, proposta dalla Eat-Lancet Commission, siamo stati attratti dalla sua duplice valenza: un modello alimentare che promuove la salute individuale e al tempo stesso rispetta la sostenibilità ambientale. Come gruppo di ricerca, sappiamo bene che l'insufficienza renale cronica rappresenta oggi una sfida sanitaria globale sempre più pressante, che colpisce tra il 9 e il 10% della popolazione mondiale. Eppure, nonostante la sua rilevanza, il legame tra l'aderenza una dieta sostenibile e la presenza di insufficienza renale cronica e nefropatia diabetica rimane poco esplorato. Per di più, negli ultimi anni, la ricerca scientifica ci ha insegnato qualcosa di fondamentale: non conta solo quanto grasso abbiamo nel corpo, ma dove esso si accumula, perché la distribuzione del tessuto adiposo e della massa magra giocano un ruolo cruciale nel determinare il rischio renale e metabolico. È proprio da questa consapevolezza condivisa che è nata la nostra ipotesi di lavoro: una maggiore aderenza alla Planetary health diet si potrebbe tradurre in una minore incidenza di patologie renali? E se sì, può questa relazione essere in parte mediata da variazioni della distribuzione del grasso e della massa magra misurate tramite densitometria ossea (DXA)?
Quali sono i principali risultati emersi riguardo all’associazione tra Phdi e la prevalenza di malattia renale cronica e nefropatia diabetica?
Una maggiore aderenza alla dieta planetaria si è associata a minore prevalenza di insufficienza renale e nefropatia diabetica. Punteggi più elevati dell’indice di aderenza alla dieta planetaria (PHDI, range 0-100 - ndr) si sono correlati a minori valori di body mass index, rapporto androido-ginoide di massa grassa e massa magra. Specificamente, ogni incremento di 10 punti nel Phdi si è associato a una riduzione del 9-13% della prevalenza di insufficienza renale cronica e del 13-15% della prevalenza di nefropatia diabetica attraverso tutti i modelli statistici. L'associazione rimaneva significativa anche dopo aggiustamento per fattori confondenti tradizionali quali età, etnia, ipertensione e malattie cardiovascolari.
Lo studio evidenzia un ruolo della distribuzione della massa magra centrale nella relazione tra dieta e insufficienza renale. Potrebbe spiegare in che modo questo parametro rappresenta un meccanismo rilevante?
Il rapporto androido-ginoide di massa magra può indicare infiltrazione di grasso ectopico nel tessuto magro o miosteatosi. La miosteatosi può contribuire a insulino-resistenza, disfunzione mitocondriale, infiammazione cronica e obesità sarcopenica, con conseguente aumento del rilascio di citochine pro-infiammatorie che possono danneggiare i reni e arrecare danni a livello sistemico. L'aderenza alla dieta studiata può mitigare questi cambiamenti migliorando la funzione mitocondriale, riducendo lo stress ossidativo, aumentando la sensibilità insulinica muscolare e la qualità del muscolo.
In che misura i benefici del Phdi sulla salute renale si distinguono da quelli di altre diete salutari già studiate, come la dieta mediterranea o le diete plant-based?
Ciò che rende la Planetary health diet particolarmente innovativa rispetto ad altri modelli alimentari salutari è la sua capacità di integrare in modo quantificabile sia la salute umana che la sostenibilità ambientale. Mentre la dieta mediterranea e molte diete a base vegetale hanno mostrato benefici per la salute renale, la Planetary health diet introduce criteri operativi specifici che traducono le raccomandazioni Eat-Lancet in parametri misurabili. Rispetto alla dieta mediterranea, che enfatizza aspetti nutrizionali e culturali, la Planetary health diet integra esplicitamente impatto ambientale e limiti planetari con range di consumo ottimali per ciascuna categoria alimentare. Il nostro studio fornisce la prima evidenza empirica che l'aderenza a questo modello alimentare centrato sui vegetali si associa a composizione corporea favorevole e prevalenza significativamente inferiore di insufficienza renale cronica e nefropatia diabetica. Questo dimostra che politiche nutrizionali orientate alla sostenibilità ambientale possono simultaneamente contribuire alla prevenzione delle malattie renali croniche.
Quali sono le implicazioni pratiche di questi risultati per la prevenzione e la gestione clinica dei pazienti a rischio di Mrc e Dkd?
Promuovere l'aderenza al Phd può offrire benefici duplici: migliorare gli outcome delle malattie croniche supportando contemporaneamente obiettivi di salute planetaria, in linea con le emergenti linee guida dietetiche globali. Dal punto di vista pratico, ciò si traduce nel consigliare ai pazienti un maggiore consumo di cereali integrali, legumi, frutta, verdure, frutta secca e oli insaturi, limitando carni rosse e lavorate, zuccheri aggiunti e latticini ad alto contenuto di grassi. Gli indici derivati da densitometria ossea, come l'Aglr, potrebbero rappresentare strumenti diagnostici più accurati rispetto ai marker antropometrici tradizionali come il Bmi, fornendo informazioni dettagliate sulla distribuzione regionale di grasso e massa magra. I nostri risultati evidenziano l'importanza di considerare la distribuzione della massa magra e potenziali alterazioni muscolari precoci come meccanismi intermediari nell'asse dieta-rene, consentendo una migliore stratificazione del rischio e la progettazione di interventi nutrizionali e fisici mirati per popolazioni vulnerabili.
Considerando che i dati provengono da una popolazione statunitense, quali limiti vede nella generalizzabilità dei risultati ad altri contesti culturali e dietetici, come quello italiano o mediterraneo?
Lo studio condotto sulla popolazione statunitense fornisce evidenze rilevanti che, sebbene necessitino di conferma in altri contesti, si basano su meccanismi biologici universali applicabili a diverse popolazioni. È vero che le popolazioni italiane e mediterranee partono da un'aderenza baseline maggiore a pattern alimentari plant-based grazie alla tradizione culinaria locale, ma questo rappresenta un vantaggio piuttosto che un limite: significa che questi contesti potrebbero beneficiare ancora di più dalle raccomandazioni della Phd, avendo già una base culturale favorevole. Le associazioni osservate tra distribuzione della massa magra, pattern dietetico e salute renale si fondano su pathway fisiopatologici consolidati che dovrebbero operare indipendentemente dal contesto geografico. Proprio per verificare e rafforzare queste evidenze, stiamo conducendo altre analisi e studi a livello europeo e italiano con rilevazioni seriali dell'aderenza dietetica, dei marker di stress ossidativo e infiammatorio, e della composizione corporea. Questi dati ci permetteranno di confermare queste associazioni in coorti con diversi background culturali e di sviluppare raccomandazioni nutrizionali preventive ancora più robuste e personalizzate per le diverse popolazioni.
Nicola Miglino
