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Metabolismo glucidico: berberina, banaba, carciofo, cromo

04 Dicembre 2025

Alla luce dell’aumento dell’incidenza e della prevalenza del diabete mellito di tipo 2 (DMT2) in tutto il mondo, numerosi studi si sono concentrati sull’identificazione precoce dei soggetti a rischio di sviluppare questa malattia, così da poter attuare strategie interventistiche per ritardarne l’insorgenza.

Questo ha portato al riconoscimento del termine “prediabete”, uno stato disglicemico a cavallo tra la normale tolleranza al glucosio e la diagnosi franca di diabete di tipo 2. “Prediabete”, infatti, è un termine utilizzato per indicare una condizione in cui i livelli di glucosio nel sangue sono indicativi di un metabolismo glicemico anomalo, ma non sono ancora in grado di soddisfare i criteri diagnostici della malattia diabetica conclamata.
La disglicemia è un fattore di rischio significativo per il diabete e contribuisce allo sviluppo di malattie cardiovascolari. Con questo termine ci si riferisce a due condizioni: alterata glicemia a digiuno e ridotta tolleranza al glucosio, che possono entrambe evolvere in diabete mellito di tipo 2.
Le definizioni di prediabete più frequentemente utilizzate sono quelle dell’American Diabetes Association (ADA) e dell’International Committee of Experts and the World Health Organization (WHO). Entrambe si basano sulle misurazioni delle concentrazioni di glucosio a digiuno, due ore dopo la prova orale del glucosio, e/o sui valori dell’emoglobina glicata (HbA1c). Quest’ultimo valore è stato incluso nella definizione solo di recente.
Tuttavia, si è discusso di quanto questo sia utile nella pratica clinica poiché l’HbA1c non sempre sembra essere in grado di identificare tutti i soggetti con prediabete e l’unico modo per identificare l’alterazione del metabolismo del glucosio è attraverso il dosaggio della glicemia a digiuno e attraverso il test di provocazione orale del glucosio.
In questo contesto, gli integratori alimentari offrono un’ampia gamma di applicazioni. Infatti, è ormai riconosciuto che, grazie alle proprietà antiossidanti e antinfiammatorie di molte sostanze naturali, il consumo abituale di nutraceutici nella pratica clinica quotidiana può migliorare l’esito nei pazienti con disordini metabolici, come il diabete mellito di tipo 2.
In ogni caso, la prima linea di intervento consiste nella modifica dello stile di vita, che porta alla riduzione di sovrappeso e obesità, all’ottenimento di un adeguato controllo glicemico e alla prevenzione delle complicanze.
L’alimentazione dovrebbe basarsi sul modello mediterraneo (carboidrati 45-60%, grassi <30%, con grassi saturi <10%, proteine 15-20%, fibre insolubili e solubili >15% per 1.000 kcal); sono raccomandati gli acidi grassi monoinsaturi, come l’olio d’oliva. All’interno della modifica dello stile di vita, si incoraggia l’attività fisica, con un minimo di 30-40 minuti di attività aerobica almeno tre o quattro volte a settimana. Sono sconsigliati, invece, il fumo e il consumo di alcolici.
Qualora non fosse possibile raggiungere questi obiettivi di stile di vita o queste modifiche non fossero sufficienti, si raccomanda l’impiego di nutraceutici; essi includono nutrienti (ad esempio il cromo), parti di piante (botanicals, ad esempio berberina, banaba, carciofo), che forniscono benefici medici o sanitari, compresa la prevenzione o il trattamento di una malattia.

Berberina

La berberina è un alcaloide vegetale utilizzato da tempo nella medicina ayurvedica indiana e nella medicina tradizionale cinese. L’uso della berberina è incoraggiato nella prevenzione e nella gestione delle malattie metaboliche e cardiovascolari, date le sue attività antinfiammatorie e antiossidanti e gli effetti neuro e cardioprotettivi dimostrati in vitro e modelli animali.
Il fattore comune in molte malattie metaboliche e cardiovascolari è uno stato cronico infiammatorio, seppur di basso grado, ma costante, dovuto all’aumento dello stress ossidativo e all’espressione di citochine proinfiammatorie. La berberina modula le vie di segnalazione cellulare coinvolte in questi processi.
La berberina esercita un potente effetto antinfiammatorio riducendo la secrezione di citochine infiammatorie. L’azione ipoglicemizzante della berberina è complessa ed è dovuta, oltre all’azione antinfiammatoria, a diversi meccanismi, quali la riduzione dell’assorbimento intestinale del glucosio, l’aumento dell’assorbimento del glucosio nel fegato e nei muscoli, la modulazione del microbiota intestinale, l’eliminazione della gluconeogenesi e la stimolazione della glicolisi.
Nelle cellule β del pancreas, la berberina agisce con un meccanismo simile all’incretina per stimolare il recettore del peptide 1 simile al glucagone (GLP-1), portando così a un aumento della secrezione di insulina. Nelle cellule muscolari e negli adipociti, la berberina aumenta l’espressione dei recettori dell’insulina, attiva la proteina chinasi attivata da adenosina monofosfato 5’ (AMPK), che a sua volta attiva la traslocazione dei trasportatori GLUT-4 a livello di membrana, con conseguente aumento dell’assorbimento del glucosio.
Uno studio ha dimostrato come la somministrazione di berberina (una compressa da 550 mg per 2 volte al giorno), per 2 mesi, esercitasse un effetto positivo sul profilo glicemico dei soggetti in sovrappeso con alterata glicemia a digiuno. La stessa dose si è dimostrata efficace anche per la riduzione dell’Homeostasis Model Assessment (HOMA) Index, un indicatore usato per valutare l’insulino-resistenza, in un gruppo di donne normopeso e sovrappeso affette da sindrome dell’ovaio policistico.

Banaba

La Banaba Lagerstroemia speciosa è una pianta che cresce nei paesi tropicali come le Filippine, l’India, la Malesia, la Cina meridionale e l’Australia, dove viene utilizzata come medicina tradizionale grazie ai suoi noti benefici per la salute.
Il tè estratto dalle foglie viene utilizzato per il trattamento del diabete e delle malattie renali; le foglie di banaba, infatti, sono ricche di acido corosolico ed ellagitannini (derivati dall’acido ellagico), noti per la loro azione ipoglicemizzante. Anche altri acidi terpenici policiclici, come l’acido oleanolico e l’acido valoneico potrebbero contribuire agli effetti anti-iperglicemici.
Una recente revisione ha sintetizzato i risultati di numerosi studi condotti su soggetti umani, in cui venivano utilizzati preparati a base di acido corosolico, con dosaggi molto variabili (da 6 a 300 mg al giorno) per un minimo di 2 settimane fino a un massimo di un anno; questo componente della banaba presenta proprietà benefiche coinvolte nella regolazione del glucosio.
Tra queste si annoverano: maggiore assorbimento cellulare di glucosio; miglioramento della sensibilità all’insulina grazie all’incremento dell’espressione del peroxisome proliferator-activated receptor-α (PPAR-α) mRNA epatico e tissue peroxisome proliferator-activated receptor-γ (PPAR-γ) mRNA del tessuto adiposo; diminuzione della gluconeogenesi aumentando i livelli di fruttosio-2,6 difosfato attraverso la riduzione dell’AMP ciclico e l’inibizione dell’attività della protein-chinasi A; riduzione dell’idrolisi intestinale del saccarosio e degli amidi; aumento della glicolisi dovuto all’incremento dell’attività della glucochinasi.
Il tutto porta a un abbassamento dei livelli di glucosio nel sangue. Inoltre, si sono osservati una diminuzione dei livelli sierici di colesterolo e trigliceridi in risposta all’acido corosolico.

Carciofo (Cynara scolymus)

Tra gli estratti ipoglicemizzanti, quello delle foglie di carciofo, ha mostrato effetti positivi anti-glucosidasi, anti-glicazione e anti-iperglicemici. L’estratto di Cynara scolymus ha attività ipoglicemizzante, dimostrata da studi in vitro e su modello animale. Tale azione sembra essere principalmente correlata al contenuto di acido clorogenico, che è un potente inibitore della traslocasi del glucosio 6-fosfato, un componente essenziale del sistema epatico della glucosio 6-fosfatasi che regola l’omeostasi del glucosio nel sangue.
Inoltre, i derivati dell’acido dicaffeoilchinico contenuti nel Cynara scolymus possono anche svolgere un ruolo ipoglicemizzante nel modulare l’attività dell’alfa-glucosidasi e di conseguenza il catabolismo dei carboidrati alimentari.
Uno studio condotto su adulti sovrappeso e obesi con recente diagnosi di alterata glicemia a digiuno, ha mostrato come la supplementazione con 2 dosi orali giornaliere (una prima di pranzo e una prima cena) da 500 mg ciascuna, per 8 settimane, portasse a una riduzione significativa dei parametri del metabolismo glucidico (glicemia, emoglobina glicata e insulina).

Cromo

Il Valore Nutritivo di Riferimento (VNR) del cromo consentito in Europa, pari a 40 μg al giorno, risulta essere sufficientemente adeguato a contribuire al normale metabolismo dei macronutrienti e al mantenimento di livelli normali di glucosio nel sangue.
La fonte di cromo prescelta per la sua ottimale biodisponibilità è il sale picolinato, derivato dal cromo e dall’acido picolinico, in quanto in grado di facilitare il passaggio di quest’ultimo attraverso le membrane biologiche consentendone il passaggio dal lume intestinale al torrente circolatorio.
Il cromo migliora il legame con l’insulina, il numero dei recettori dell’insulina, l’internalizzazione dell’insulina e la sensibilità cellulare. I risultati di una revisione con metanalisi hanno mostrato che l’integrazione di cromo (una dose giornaliera di circa 200 µg e fino a 1000 µg), porta a un miglioramento delle variabili glicemiche, oltre che dei livelli sierici di trigliceridi e di colesterolo HDL.
Il possibile meccanismo d’azione include un aumento del numero dei recettori dell’insulina, indotto dal cromo, e del legame dell’insulina nel suo sito di azione. Il cromo si lega anche alla cromodulina per aumentare la segnalazione del recettore. Il cromo potenzia il trasportatore GLUT-4 associato alla membrana dopo la stimolazione con insulina e aumenta la fosforilazione stimolata dall’insulina di altri substrati, come le proteine IRS e la fosfatidilinositolo-3 chinasi (PI-3K) in muscolo scheletrico. Aumenta anche la fosforilazione della proteina chinasi B (Akt) stimolata dall’insulina. Inoltre, è stato riportato che il livello della proteina tirosina fosfatasi 1B (PTP1B) diminuisce a causa del cromo, portando a un aumento della sensibilità all’insulina.


Mariangela Rondanelli, Clara Gasparri - Unità Operativa Complessa di Riabilitazione ad Indirizzo Metabolico, Dipartimento di Sanità Pubblica, Università di Pavia
Bibliografia disponibile su richiesta


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