Più di recente si parla quindi di fase “periconcezionale” per rappresentare sia i mesi che precedono il concepimento che le prime settimane di gravidanza, fino alla fine del terzo mese. In questo periodo la dieta gioca un ruolo fondamentale, deve essere equilibrata, varia e deve soddisfare il fabbisogno dei nutrienti indispensabili per la salute della donna e per lo sviluppo del bimbo che verrà.
In questo contesto il microbiota intestinale svolge un ruolo di rilievo. Innanzitutto, alterazioni del microbiota materno possono influenzare la salute riproduttiva della madre; in secondo luogo, il microbiota materno ha un impatto significativo sullo sviluppo del sistema immunitario e metabolico del feto e del neonato. La trasmissione del microbiota dalla madre al bambino, infatti, avviene a diversi livelli: durante la gravidanza attraverso la placenta, al momento del parto e tramite l’allattamento. Tutto ciò influisce sulla definizione del microbiota nel neonato, che a sua volta modula lo sviluppo del sistema immunitario, e di conseguenza la predisposizione, o meno, a malattie metaboliche e autoimmuni.
Le evidenze disponibili suggeriscono, quindi, che interventi mirati all’equilibrio del microbiota possano influenzare positivamente la salute sia della madre sia del nascituro, evidenziando le potenzialità della supplementazione con probiotici opportunamente selezionati durante la gravidanza e l’allattamento, ma anche l’importanza delle fibre ad attività prebiotica assunte con l’alimentazione.
Nella fase periconcezionale sono quindi necessarie cinque porzioni al giorno di frutta e verdura, per la fibra, le vitamine e i sali minerali, latte e latticini per il calcio, carne e legumi per le proteine e per il ferro, il pesce per i grassi omega-3 e la vitamina D. In linea di massima, se l’alimentazione è equilibrata e completa, il ricorso agli integratori non dovrebbe essere necessario, con alcune eccezioni: ci sono principi nutritivi il cui fabbisogno aumenta già nel periodo periconcezionale ed è provato che l’alimentazione da sola non è sufficiente a garantirne il giusto apporto.
Tra questi sicuramente fondamentale la supplementazione con acido folico. I livelli di folatemia intraeritrocitaria considerati adeguati per la prevenzione delle malformazioni (906 nmol/L o 400 ng/mL secondo OMS e the Center for Disease Control) non sono raggiunti nella popolazione femminile in epoca preconcezionale: l’assunzione media di folati nelle donne europee è di circa 200 µg al giorno. La supplementazione quotidiana di acido folico (400-800 µg/die) è quindi raccomandata in tutte le donne in età fertile, per ridurre il rischio di difetti del tubo neurale (DTN) nella prole, da due mesi prima a tre mesi dopo il concepimento. Un dosaggio maggiore (4-5 mg/die) è richiesto in donne ad elevato rischio di DTN o deficit di folati (precedenti figli con DTN, familiarità per DTN o malformazioni neurologiche, uso di farmaci antiepilettici, diabete mellito pre-gestazionale, celiachia, obesità, anemia falciforme o talassemia). Va inoltre considerato che a causa della mutazione genetica omozigote per l’enzima MTHFR, che si ritiene sia presente in circa il 15-26% della popolazione, alcune donne non sono in grado di convertire in maniera efficiente l’acido folico nella sua forma attiva; in questi casi è possibile aumentare l’assunzione di acido folico con l’alimentazione oppure utilizzare integratori contenenti la forma già attiva del folato.
Un’ulteriore considerazione va fatta per lo iodio: la carenza di questo micronutriente è particolarmente diffusa. Un’adeguata supplementazione di iodio già nella fase preconcezionale e nei primi tre mesi di gravidanza è stata dimostrata ridurre l’incidenza di cretinismo fino al 73% nelle aree a maggior rischio di deficienza.
Carenze specifiche
Inoltre, la fase periconcezionale è fondamentale per favorire lo sviluppo della placenta, e quindi favorire il decorso della gravidanza anche nelle fasi successive. Per questo motivo condizioni di carenza specifiche devono essere curate già da prima di iniziare la gravidanza; particolarmente frequente nelle donne in periodo fertile è la carenza di ferro, soprattutto per chi ha cicli mestruali frequenti e con flusso abbondante, chi è sportiva o assume diete vegane o vegetariane, condizioni di malassorbimento come la celiachia, o gravidanze ravvicinate. In questi casi, bisogna valutare i biomarcatori di ferro e una eventuale integrazione. Non ci sono dati sufficienti, ma recenti evidenze suggeriscono anche un ruolo per colina, vitamine del gruppo B (oltre all’acido folico) e vitamina D già in queste fasi, in particolari in pazienti che presentano condizioni metaboliche come obesità, sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) o diabete.
Irene Cetin, UOC Ostetricia Mangiagalli - Policlinico IRCCS Cà Granda - Università degli Studi di Milano
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