L’evidenza accumulata negli studi clinici, comprese metanalisi basate su trial randomizzati controllati, indica che le fibre alimentari possono modulare in modo significativo alcune delle principali tossine uremiche sia nei pazienti non in dialisi sia in quelli sottoposti a trattamento dialitico. Una metanalisi dedicata all’amido resistente ha rilevato, per esempio, una riduzione significativa dei livelli di indossile solfato nei pazienti, mentre non è emersa una variazione apprezzabile del p-cresile solfato.
La stessa analisi ha documentato anche una riduzione dell’azoto ureico nel sangue. Una prospettiva più ampia è offerta dai dati relativi alla fibra alimentare totale, oggetto di una metanalisi che ha incluso 21 studi per un totale di 700 pazienti. In questo caso, l’integrazione protratta per più di quattro settimane, in un dosaggio compreso tra 6 e 50 grammi al giorno, ha dimostrato una riduzione significativa di entrambe le tossine uremiche, con associazione a una diminuzione dell’azoto ureico nel sangue. L’evidenza relativa a queste due tossine è stata classificata come alta e la risposta è risultata tendenzialmente più marcata nei pazienti non in dialisi rispetto a quelli in dialisi, suggerendo un possibile ruolo della fibra nelle fasi più precoci della malattia.
Le fibre alimentari sembrano modulare in modo variabile anche i marker infiammatori. L’amido resistente, secondo una metanalisi dedicata, non ha prodotto riduzioni significative dei livelli di interleuchina-6 e Tnf-α, mentre la metanalisi riferita alla fibra totale ha mostrato un calo significativo di entrambi i mediatori proinfiammatori. Nessuno dei due approcci, invece, ha determinato modifiche rilevanti della Pcr ad alta sensibilità. Per quanto riguarda altre molecole di interesse clinico, l’integrazione di fibre non ha ridotto in modo significativo i livelli sierici di Tmao né di acido urico, evidenziando un effetto selettivo su specifici metaboliti di origine intestinale.
Accanto alle metanalisi, anche singoli studi clinici contribuiscono a definire il quadro. Uno studio randomizzato controllato in pazienti in stadio G3a-G4 ha valutato l’effetto di 16 settimane di integrazione con amido resistente, osservando una riduzione del p-cresile solfato accompagnata da modificazioni significative della composizione microbica, con aumento di specifici generi come Subdoligranulum e riduzione dei Bacteroides. Non sono invece emersi cambiamenti rilevanti nello stress ossidativo, nella funzione vascolare o negli altri biomarcatori analizzati nel medesimo intervallo temporale.
Al di là dei dati clinici, il razionale fisiopatologico alla base di questi risultati chiama in causa proprio la disbiosi che caratterizza questa patologia. Le fibre non digeribili raggiungono il colon e fungono da substrato fermentativo per i batteri benefici, promuovendo la produzione di acidi grassi a catena corta e riducendo l’attività fermentativa proteolitica responsabile della formazione di tossine uremiche. Questa modulazione microbica contribuisce anche a rafforzare la barriera intestinale, riducendo l’infiammazione sistemica e lo stress ossidativo associati alla progressione della malattia. L’amido resistente, in particolare, agisce come prebiotico in grado di aumentare la presenza di Bifidobacterium e Lactobacillus. Gli acidi grassi a catena corta prodotti dalla fermentazione saccarolitica interferiscono inoltre con il ciclo enteroepatico dell’azoto, contribuendo alla riduzione dell’azoto ureico nel sangue.
Un ulteriore elemento di complessità emerge dal confronto tra fibre solubili e insolubili. Le prime, tra cui inulina e frutto-oligosaccaridi, sembrano più efficaci nella riduzione delle tossine uremiche rispetto alle fibre insolubili, pur in assenza di un’evidenza statisticamente definitiva. L’amido resistente, pur mostrando risultati consistenti su indossile solfato e azoto ureico nel sangue, non ha invece evidenziato lo stesso impatto sul p-cresile solfato e sulla risposta infiammatoria osservato con la fibra totale. Il tema rimane aperto, ma l’analisi dei sottogruppi suggerisce che la diversa azione metabolica dei due tipi di fibra possa spiegare le differenze osservate negli esiti clinici.
Silvia Ambrogio
Bibliografia
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