D.ssa Uliano, può illustrarci in sintesi i principali risultati emersi dallo studio e ciò che più vi ha colpito nell’analisi dei consumatori italiani?
Il principale risultato emerso riguarda il paradosso tra l’alta consapevolezza sulla carne coltivata dichiarata dagli intervistati e la bassa propensione all’acquisto. Ciò che più ci ha colpito è che la resistenza non risulta legata all’etica o ai potenziali costi, ma a un significativo gap di conoscenza e percezione. Molti consumatori nutrono forti preoccupazioni per la salute e una marcata sfiducia nel processo produttivo, associando il prodotto a termini negativi come “artificiale” o “laboratorio”, percepito come innaturale. Il nostro modello conferma che il principale freno psicologico è la neofobia tecnologica, che riduce drasticamente l’intenzione di acquisto, superando l’effetto positivo dei riconosciuti benefici ambientali.
Perché, nonostante una buona consapevolezza del tema, solo una parte limitata dei consumatori mostra apertura verso l’acquisto della carne coltivata? Quali fattori spiegano questo divario?
Questo divario è spiegato dal fatto che la consapevolezza sulla carne coltivata è in realtà spesso superficiale e non si traduce in fiducia. I principali fattori che frenano l’acquisto e generano scetticismo sono due. Innanzitutto, emerge una sfiducia nel processo produttivo: la mancanza di conoscenza e trasparenza su come la carne viene prodotta in laboratorio porta i consumatori ad associare il prodotto all’idea di “artificiale” o “innaturale”. In secondo luogo, vi sono le preoccupazioni per la salute: l’incertezza sulla sicurezza a lungo termine e sui potenziali effetti spinge molti a preferire prodotti convenzionali noti e culturalmente accettati. Il nostro studio, in particolare, conferma che questa riluttanza è profondamente radicata nella neofobia tecnologica, ovvero la paura delle nuove tecnologie alimentari, che si rivela essere il freno psicologico più potente, neutralizzando i benefici etici e ambientali riconosciuti. Questi elementi sono amplificati in un paese come l’Italia, dove l’attaccamento alla tradizione alimentare di qualità rende i consumatori più esigenti e scettici.
Le barriere più diffuse riguardano dubbi sui processi produttivi e preoccupazioni per la salute. Quali interventi comunicativi o regolatori potrebbero ridurre queste paure?
Per ridurre le paure è cruciale agire strategicamente su due fronti. Sul piano regolatorio, è fondamentale l’adozione di un quadro normativo chiaro e rigoroso che certifichi la sicurezza sanitaria del prodotto e stabilisca standard di produzione trasparenti, basati su valutazioni scientifiche indipendenti, in linea con quelle dell’Efsa, per rassicurare i consumatori. Sul piano comunicativo, le aziende devono abbandonare la retorica del “laboratorio” a favore di una narrazione che enfatizzi la sostenibilità e la tecnologia alimentare avanzata. Promuovere la trasparenza del processo e fornire informazioni chiare e accessibili è essenziale per colmare il gap di conoscenza che alimenta la sfiducia.
Il vostro modello evidenzia il ruolo centrale della neofobia tecnologica e, al contrario, della sensibilità ambientale nel determinare la propensione all’acquisto. Come possono aziende e istituzioni agire su questi aspetti psicologici?
Aziende e istituzioni devono agire strategicamente sui due fronti psicologici. Per ridurre la neofobia tecnologica, alimentata dalla percezione di innaturalezza e rischio, è necessario aumentare la familiarità e l’accettabilità. Le istituzioni dovrebbero sostenere campagne educative che spieghino chiaramente la scienza e la sicurezza del processo, mentre le aziende dovrebbero puntare su una comunicazione che enfatizzi il risultato finale come carne di elevata qualità. Parallelamente, è fondamentale far leva sulla sensibilità ambientale: la comunicazione deve puntare sui benefici concreti e quantificabili in termini di riduzione dell’impatto, ovvero uso del suolo, acqua, emissioni. È essenziale che il prodotto venga promosso come una scelta etica e sostenibile, trasformando la motivazione dei consumatori attenti all’ambiente in un atto d’acquisto.
In un Paese con forti tradizioni gastronomiche come l’Italia, quale percorso realistico immaginate per l’introduzione e l’accettazione della carne coltivata nei prossimi anni?
Il percorso più realistico e sostenibile prevede che la carne coltivata venga inizialmente introdotta come prodotto complementare, e non come sostituto diretto della carne tradizionale. Questo approccio graduale è cruciale per rispettare l’identità alimentare italiana. L’accettazione potrebbe passare attraverso tre direzioni. Inizialmente, tramite l’integrazione ibrida in piatti complessi per favorire una prima fase di prova e familiarizzazione. Parallelamente, la promozione dovrebbe enfatizzare l’aspetto di innovazione tecnologica italiana al servizio della sostenibilità ambientale, piuttosto che la sua somiglianza con la carne convenzionale. Infine, risulta indispensabile garantire una filiera tracciata e certificata in modo altamente trasparente, con certificazioni chiare che rassicurino i consumatori sulla sicurezza e la qualità, in linea con gli standard italiani di eccellenza alimentare.
Nicola Miglino
