Epilessia farmacoresistente: dagli acidi grassi a catena corta promettente pista di ricerca

13 Luglio 2026

Gli acidi grassi a catena corta (Short-chain fatty acids, Scfa) potrebbero rappresentare una nuova strada nella ricerca contro l'epilessia farmacoresistente. È quanto suggerisce uno studio pubblicato sulla rivista Annals of neurology e coordinato dall'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, in collaborazione con l'Irccs Istituto Giannina Gaslini e l'Università di Genova.

Si tratta però di una ricerca ancora in fase preclinica, condotta su un modello animale, e i risultati, per quanto incoraggianti, dovranno essere confermati da studi clinici sull'uomo prima di poter tradursi in una nuova terapia.

La forma farmacoresistente interessa circa il 30% delle persone affette da epilessia. In questi pazienti i farmaci disponibili non riescono a controllare adeguatamente le crisi e, soprattutto, non sono in grado di arrestare la progressione della malattia. Da qui la necessità di individuare nuovi approcci terapeutici capaci non solo di ridurre la frequenza delle crisi, ma anche di intervenire sui meccanismi biologici che le sostengono.

Lo studio si è concentrato sul cosiddetto asse intestino-cervello. Negli ultimi anni numerose ricerche hanno evidenziato come le alterazioni della flora batterica possano influenzare diversi disturbi neurologici, compresa l'epilessia.

In particolare, i ricercatori hanno studiato il ruolo degli acidi grassi a catena corta, sostanze prodotte dalla fermentazione delle fibre alimentari da parte di specifici batteri intestinali. Queste molecole sono note per la loro capacità di modulare l'infiammazione, sostenere la salute della barriera intestinale e contribuire alla comunicazione tra intestino e cervello.

Secondo gli autori, le persone con epilessia farmacoresistente presentano spesso una riduzione dei batteri intestinali produttori di questi composti. Da qui l'ipotesi che il ripristino degli Scfa possa avere effetti benefici anche sul decorso della malattia.

Nel modello murino utilizzato nello studio, il trattamento con una miscela di acidi grassi a catena corta ha ridotto di circa il 70% la progressione delle crisi epilettiche. I ricercatori hanno inoltre osservato un miglioramento delle funzioni cognitive e una diminuzione del danno neuronale e dei marcatori dell'infiammazione nell'ippocampo, una delle aree cerebrali maggiormente coinvolte nell'epilessia.

Pur trattandosi di risultati molto interessanti, è importante interpretarli con cautela. Gli effetti osservati negli animali non possono essere automaticamente estesi all'uomo e saranno necessari studi clinici per verificare se questi benefici possano essere confermati anche nei pazienti.

Gli stessi autori sottolineano, inoltre, un aspetto fondamentale: la ricerca non dimostra che modificare la dieta o assumere probiotici possa curare l'epilessia. Lo studio identifica invece specifiche molecole prodotte dal microbiota come possibili candidati per future strategie terapeutiche, da valutare attraverso rigorosi trial clinici.

La ricerca apre quindi una prospettiva innovativa: intervenire sull'asse intestino-cervello per affiancare, e non sostituire, le terapie antiepilettiche oggi disponibili. Se i risultati saranno confermati nell'uomo, gli acidi grassi a catena corta potrebbero diventare parte di un approccio mirato non solo al controllo delle crisi, ma anche alla modifica dell'evoluzione della malattia. Per il momento, tuttavia, si tratta di una promettente ipotesi scientifica che richiede ancora solide conferme cliniche.

 

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