“Quando parliamo degli effetti salutistici del tè – ha spiegato Favari – dobbiamo considerare che i composti che esercitano l'azione biologica nell'organismo non sono necessariamente quelli presenti nella bevanda, ma soprattutto i metaboliti che si formano dopo il consumo”.
Le foglie di Camellia sinensis danno origine a diverse tipologie di tè, tra cui verde, nero, oolong e pu-erh. La principale differenza tra queste varietà risiede nel grado di ossidazione enzimatica a cui le foglie vengono sottoposte durante la lavorazione, un processo che modifica profondamente il profilo polifenolico finale.
Il tè verde, per esempio, è particolarmente ricco di catechine, tra cui epigallocatechina-3-gallato (Egcg), epicatechina ed epigallocatechina. Nel tè nero, invece, prevalgono composti derivati dalla condensazione delle catechine, come teaflavine e tearubigine, mentre l'oolong presenta caratteristiche intermedie.
Negli ultimi anni numerosi studi hanno associato il consumo di tè a potenziali benefici per la salute cardiovascolare, al miglioramento del metabolismo glucidico e lipidico e a effetti antinfiammatori. Tuttavia, secondo la ricercatrice, il meccanismo alla base di questi effetti è più complesso di quanto si pensasse in passato.
“Oggi sappiamo che i polifenoli del tè vengono ampiamente trasformati dall'organismo. I metaboliti che troviamo nel sangue e nelle urine sono molto diversi dai composti originariamente ingeriti e sono probabilmente i principali responsabili delle attività biologiche osservate”, ha sottolineato Favari.
Dopo l'assunzione, una parte delle catechine viene assorbita nell'intestino tenue e sottoposta a processi di metabolismo di fase II, che portano alla formazione di derivati glucuronidati, solfati e O-metilati. Questi metaboliti raggiungono successivamente il fegato, dove possono essere ulteriormente trasformati prima di entrare nella circolazione sistemica.
Una quota consistente dei polifenoli ingeriti, però, sfugge all'assorbimento intestinale e raggiunge il colon. Qui entra in gioco il microbiota intestinale, capace di degradare la struttura flavonoidica originando una vasta gamma di composti più semplici, tra cui fenil-γ-valerolattoni, acidi fenilvalerici e diversi acidi fenolici.
“Il microbiota svolge un ruolo chiave nella produzione dei metaboliti dei polifenoli del tè. In molti casi, questi metaboliti di origine microbica vengono assorbiti in quantità nettamente superiori rispetto ai derivati che si formano nell'intestino tenue”, ha evidenziato Favari.
Uno degli aspetti più innovativi emersi dalla ricerca riguarda la marcata variabilità individuale nella risposta metabolica al consumo di tè. Studi recenti hanno infatti permesso di identificare tre differenti fenotipi metabolici, o "metabotipi", caratterizzati da profili diversi di escrezione urinaria dei metaboliti derivati dalle catechine del tè verde.
Le ragioni di queste differenze non sono ancora completamente chiarite, ma le evidenze suggeriscono un ruolo determinante della composizione e dell'attività del microbiota intestinale, insieme a fattori genetici e fisiologici individuali.
“La comprensione delle differenze inter-individuali rappresenta una delle sfide più importanti della ricerca nutrizionale contemporanea. Non tutti metabolizziamo i polifenoli allo stesso modo e questo potrebbe contribuire a spiegare perché gli effetti del consumo di tè non siano identici in tutti i soggetti”, ha concluso la ricercatrice.
Nicola Miglino
