I risultati indicano che modelli come la dieta mediterranea, la giapponese, la coreana, le diete ricche di fibre o polifenoli e quelle plant-based sono strettamente associati a un profilo microbico favorevole. Questi regimi alimentari aumentano l'abbondanza di batteri produttori di acidi grassi a catena corta (Scfa), come il butirrato, o di acido lattico. Gli Scfa svolgono un ruolo cruciale nella modulazione dell'infiammazione, migliorando la barriera intestinale e inibendo le citochine pro-infiammatorie. Parallelamente, queste diete sono risultate collegate a una riduzione dei marcatori infiammatori nel sangue, come la proteina C-reattiva (Crp) e le interleuchine 6 e 1β.
La dieta mediterranea, in particolare, favorisce la crescita di specie protettive come Faecalibacterium prausnitzii e riduce patogeni opportunisti come Bilophila wadsworthia, che prosperano invece con i grassi saturi. Le fibre prebiotiche, abbondanti in questi modelli, vengono fermentate dai batteri per abbassare il pH intestinale, creando un ambiente che inibisce la colonizzazione di microrganismi nocivi.
Al contrario, la dieta Occidentale (western), ricca di zuccheri raffinati e grassi saturi, riduce i batteri produttori di Scfa e aumenta patogeni come Gemella e Citrobacter. Anche interventi terapeutici come la low Fodmap, la chetogenica e la gluten-free sono stati associati a una ridotta presenza di batteri benefici, tra cui i Bifidobacteria. Nonostante ciò, le diete low Fodmap e gluten-free hanno comunque mostrato una riduzione dei marcatori infiammatori sistemici in pazienti con disturbi gastrointestinali.
Le diete ipocaloriche si sono dimostrate efficaci nel migliorare la regolazione del glucosio e dell'insulina, riducendo contemporaneamente il colesterolo totale e Ldl. Regimi a basso contenuto proteico, spesso indicati per la gestione renale, promuovono specie come Bifidobacterium pseudolongum e riducono le tossine uremiche dannose. È stato, inoltre, osservato che l'efficacia di questi interventi dipende fortemente dall'aderenza, che negli studi più solidi è risultata superiore al 75%.
Un dato sorprendente è che, pur modificando la composizione specifica dei batteri, le diete non sembrano alterare in modo coerente la diversità alfa o beta complessiva del microbiota. Questo suggerisce che l'alimentazione agisca in modo selettivo su determinati taxa senza necessariamente cambiare la ricchezza totale dell'ecosistema.
Così concludono gli Autori: “La dieta rimane il fattore più influente e altamente modificabile per modulare il microbiota e migliorare la salute metabolica. Questi risultati sottolineano il potenziale della nutrizione personalizzata per ottimizzare il core microbico individuale”. (n.m.)
