L’indagine ha coinvolto 18 pazienti affetti da artrosi del ginocchio di grado lieve-moderato e 20 soggetti sani come gruppo di controllo. Il cuore dell’approccio risiede nell'integrazione di una profilazione avanzata del microbiota con modelli di machine learning (nello specifico, algoritmi di tipo Random Forest).
A differenza degli studi descrittivi tradizionali, questa metodologia ha permesso di analizzare dati complessi incrociando i campioni fecali con outcome clinici reali, misurati attraverso test standardizzati come l’indice Womac (per dolore e rigidità), la scala Vas (per la percezione del dolore) e la Sppb (per le prestazioni fisiche e l'equilibrio).
Dallo studio è emerso che i pazienti con artrosi presentano una disbiosi intestinale significativa. Grazie all'intelligenza artificiale, sono stati identificati taxa batterici "discriminanti", in grado di distinguere i malati dai controlli, tra cui Blautia luti, Collinsella aerofaciens e Butyricicoccus faecihominis.
L'aspetto più rilevante riguarda la correlazione tra specifiche specie e la sintomatologia. Microrganismi noti per le loro proprietà immunomodulanti e antinfiammatorie, come Faecalibacterium prausnitzii e Blautia luti, sono risultati associati a una maggiore capacità motoria e a una minore percezione del dolore. Al contrario, ceppi come Prevotella e Odoribacter sono stati correlati a punteggi Womac più elevati, suggerendo un legame con stati infiammatori più acuti e una funzionalità fisica ridotta.
I ricercatori ipotizzano che il microbiota influenzi le articolazioni attraverso la produzione di metaboliti. Da un lato, gli acidi grassi a catena corta, come il butirrato, esercitano un’azione protettiva sulla cartilagine riducendo l’infiammazione sistemica. Dall’altro, la traslocazione di componenti batteriche pro-infiammatorie, come i lipopolisaccaridi, nel flusso sanguigno, fenomeno noto come "leaky gut", potrebbe alimentare il danno articolare.
“Questi risultati aprono prospettive terapeutiche rilevanti”, sottolineano gli Autori. “Il microbiota, infatti, potrebbe diventare un biomarcatore non invasivo per la diagnosi precoce dell’artrosi. Inoltre, la scoperta apre la strada a interventi mirati, come l’uso di probiotici e prebiotici specifici o modifiche dietetiche personalizzate, volti a ripristinare l'omeostasi intestinale per alleviare il dolore e migliorare la qualità della vita dei pazienti”. (n.m.)
