L’analisi ha preso in esame i dati dello Studio Moli-sani, seguendo 802 individui della regione Molise per un periodo medio di 14,6 anni. I risultati emersi indicano come i soggetti con il più alto consumo di alimenti ultra-processati abbiano registrato un aumento del 48% del rischio di morte per qualsiasi causa e del 57% del rischio di morte specifica per cancro rispetto a chi ne consumava quantità minime.
Marialaura Bonaccio, autrice principale dello studio, sottolinea che il pericolo non risiede solo nello scarso profilo nutrizionale di questi alimenti, ma nel processo industriale in sé. I metodi di lavorazione, infatti, introducono additivi, aromi artificiali, conservanti ed emulsionanti che l’organismo fatica a gestire.
"Le sostanze coinvolte nella lavorazione industriale degli alimenti possono interferire con i processi metabolici, alterare il microbiota intestinale e promuovere l'infiammazione”, spiega Bonaccio. “Di conseguenza, anche quando un cibo ultra-processato ha un contenuto calorico e una composizione nutrizionale sulla carta simili a un cibo minimamente lavorato o naturale, potrebbe comunque avere un effetto più dannoso sull'organismo".
L'effetto nocivo persiste anche quando i cibi ultra-processati presentano un profilo nutrizionale apparentemente equilibrato. I ricercatori hanno osservato che l'associazione tra Upf e mortalità rimane significativa anche dopo aver corretto i dati per la qualità generale della dieta mediterranea.
"Il fatto che l'associazione tra cibi ultra-processati e morte per tutte le cause sia persistita anche dopo aver considerato la qualità generale della dieta suggerisce che gli effetti negativi sulla salute non sono spiegati esclusivamente da profili nutrizionali poveri, ma che il livello e la natura della lavorazione industriale stessa giocano un ruolo indipendente nell'influenzare gli esiti di salute a lungo termine", prosegue Bonaccio.
Per comprendere meglio il perché di questo legame, il team ha analizzato diversi biomarcatori. È emerso che l'aumento dell'infiammazione e della frequenza cardiaca a riposo spiegano circa il 37,3% del legame tra il consumo di Upf e aumento della mortalità. Secondo Bonaccio "Questi risultati suggeriscono che l'aumento dell'infiammazione e l'elevata frequenza cardiaca a riposo possono parzialmente spiegare il legame tra un maggiore consumo di cibi ultra-processati e l'aumento della mortalità e aiutano a chiarire come la lavorazione del cibo stessa possa contribuire a esiti peggiori tra i sopravvissuti al cancro".
Il messaggio principale che emerge è la necessità di guardare alla dieta nel suo complesso piuttosto che al singolo alimento. Tra le categorie analizzate figurano bevande zuccherate, carni lavorate, snack salati e dolci confezionati. Conclude Bonaccio: "Il messaggio principale è che è bene concentrarsi sulla dieta nel suo insieme, riducendo i cibi ultra-processati complessivi e spostando il consumo verso cibi freschi, minimamente lavorati e cucinati in casa è l'approccio più significativo e benefico per la salute. Un modo pratico per farlo è controllare le etichette: i cibi con più di cinque ingredienti, o anche solo un additivo alimentare, sono probabilmente ultra-processati". (n.m.)
