Secondo Anna Vittoria Mattioli, dell’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, prima firmataria del documento, “le evidenze che collegavano bassi livelli di vitamina D a un aumentato rischio cardiovascolare erano già disponibili, sebbene frammentarie. Con questo consensus abbiamo voluto fornire una sintesi critica e operativa, utile anche al clinico nella pratica quotidiana. L’ipovitaminosi D va considerata un nuovo fattore di rischio modificabile, come già accade per altri biomarcatori".
Francesco Fedele, della Sapienza Università di Roma e presidente Inrc, sottolinea l'esigenza di fare chiarezza sulla base di una "discrepanza tra le evidenze osservazionali, che mostrano l’associazione tra ipovitaminosi D e patologie cardiovascolari e l’assenza di risultati conclusivi sull’efficacia clinica della supplementazione".
Un punto chiave evidenziato dal documento è che la vitamina D non è un semplice integratore, bensì un ormone attivo su diversi fronti fisiopatologici. La sua azione sistemica coinvolge meccanismi cruciali per la salute cardiovascolare, tra cui il sistema renina-angiotensina-aldosterone (Raas), il metabolismo lipidico, lo stato infiammatorio e la funzione endoteliale.
Questa visione ormonale richiede un approccio terapeutico mirato e personalizzato. "Abbiamo voluto andare oltre l’osso: la vitamina D è un modulatore sistemico e come tale deve essere valutata, dosata e utilizzata secondo logiche terapeutiche – prosegue Fedele – e non possiamo limitarci a somministrare dosaggi fissi a tutti: è necessario identificare i livelli basali, definire un target terapeutico e valutare l’effetto clinico, soprattutto in soggetti ad alto rischio, come i pazienti con insufficienza cardiaca".
Il consensus propone quindi un cambio di paradigma radicale: dal modello "one size fits all" (taglia unica) al "treat-to-target" (trattare fino a raggiungere un obiettivo). Questo superamento nasce dalla consapevolezza dei limiti degli studi precedenti, che spesso non personalizzavano i dosaggi, standardizzavano la durata dei trattamenti o non selezionavano le popolazioni in base al rischio cardiovascolare.
Il modello "treat-to-target" implica una gestione dinamica e individualizzata della supplementazione. Mattioli spiega: "Gli studi interventistici condotti negli anni passati applicavano un approccio one size fits all, ma la risposta alla supplementazione è influenzata da molti fattori: esposizione solare, dieta, attività fisica, stato metabolico".
La nuova strategia prevede di misurare i livelli di vitamina D del paziente, definire un obiettivo terapeutico in caso di carenza, adattare il trattamento alla risposta individuale e monitorare i risultati nel tempo. "È lo stesso principio che già applichiamo per la gestione delle dislipidemie o della ipertensione arteriosa", conclude Mattioli.
Questo consensus non è un punto di arrivo, ma una solida base per future ricerche e applicazioni cliniche. Il gruppo Inrc sta già lavorando a un nuovo studio clinico specificamente sui pazienti con insufficienza cardiaca. "Così come la terapia marziale, con ferro, ha dato esiti positivi nei pazienti con scompenso, anche la supplementazione mirata di vitamina D potrebbe rivelarsi una leva terapeutica importante, con benefici concreti in termini di risultati clinici", conclude Fedele.
Il documento rappresenta una base scientifica condivisa per guidare la supplementazione di vitamina D in ambito cardiovascolare, integrando i concetti di medicina di precisione, fisiopatologia endocrina e cardiologia preventiva. Ridefinisce l'approccio alla vitamina D, superando l'idea che fosse utile solo per la salute ossea in specifiche categorie demografiche. "Abbiamo applicato le nostre competenze in ambito cardiovascolare per ridefinire l’approccio alla vitamina D e superare l’idea che sia destinata esclusivamente a bambini, donne in menopausa e anziani per contrastare la fragilità ossea", conclude Mattioli.
