Più che un integratore nutrizionale, un farmaco e, come tale, con responsabilità prescrittive e gestionali tali da renderne difficile l’impiego nei soggetti più fragili quali gli anziani nelle case di cura. Questo il risultato di un’interessante indagine condotta in Inghilterra, pubblicata su Bmj nutrition prevention & health, nata con il tentativo di comprendere come mai nelle residenze per anziani inglesi si somministri raramente vitamina D, nonostante in quella fascia di popolazione sia fortemente raccomandata.

“Studi epidemiologici e osservazionali supportano l'ipotesi di un ruolo protettivo della vitamina D nei confronti di Sars-coV-2, ma si tratta per lo più di analisi retrospettive o basate su piccoli campioni. Sono dunque necessarie ulteriori ricerche, molte delle quali in corso, per verificare l'utilità della supplementazione nella prevenzione e/o nel trattamento di Covid-19, nonché per chiarirne il ruolo nei processi fisiopatologici”. Così Riccardo Caccialanza, direttore dell’Uoc di Dietetica e Nutrizione clinica al San Matteo di Pavia, uno dei maggiori esperti italiani e internazionali per quanto riguarda la relazione tra nutrizione e Covid-19.

Molto clamore ha suscitato, lo scorso aprile, la presa di posizione dell’Agenzia per la sicurezza alimentare francese (Anses) contro l’impiego di integratori a base di piante ed estratti vegetali in pazienti affetti da Covid-19 o sospetti tali. A distanza di qualche mese, dalle pagine del Journal of alternative and complementary medicine (Jacm), giunge una serie di considerazioni da parte di illustri clinici, ricercatori ed esperti italiani guidati da Fabio Firenzuoli, direttore del Cerfit, Centro di ricerca e innovazione in fitoterapia di Careggi, Firenze, utili a dare un contributo al dibattito. Paper ovviamente sottoposto a processo di peer review.

Diversi studi stanno dimostrando che un indice di massa corporea (Imc) elevato rappresenta, per i soggetti con Covid-19, un importante fattore di rischio per una peggiore prognosi. Questo sembra essere vero soprattutto tra i giovani, mentre l’andamento clinico degli anziani sarebbe meno influenzato dall'eccesso di peso.

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