“Sarà possibile in futuro diagnosticare alcune malattie oculari anche tramite l’esame del microbiota oculare e intestinale? Su questa materia siamo ancora all’anno zero: ci vorranno numerosi studi per confermare queste ipotesi, ma le evidenze potrebbero iniziare a suggerire questo”. Così Alberto Lanfernini, consigliere dell’Associazione italiana medici oculisti (Aimo), riunitasi a congresso nei giorni scorsi a Roma. “Senz’altro - prosegue Lanfernini - il tema è fortemente innovativo in oculistica, quasi una frontiera inesplorata, in cui ci si comincia ad affacciare”.

La longevità è caratterizzata da un calo progressivo della diversità nella composizione del microbiota intestinale.  Tutto questo si traduce in una perdita di geni coinvolti nella produzione di acidi grassi e in un incremento dei geni coinvolti nel metabolismo degli aminoacidi con conseguente aumento delle funzioni proteolitiche pro-infiammatorie. In questa ottica, sta suscitando grande interesse lo sviluppo di nuovi probiotici, al fine di integrare, in maniera specifica, proprio quei gruppi microbici la cui abbondanza si riduce con l’invecchiamento. Ne abbiamo parlato con Patrizia Brigidi, docente di Biotecnologie delle fermentazioni, presso il dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna “Alma Mater”.

Le differenze nel microbiota intestinale possono influenzare la risposta all’immunoterapia con farmaci anti-Pd-1 (proteina 1 di morte cellulare programmata). Questo il tema al centro di un recente incontro di presentazione del progetto ‘Immunoterapia e Nutrizione’, realizzato in collaborazione con Sanofi Genzyme e che vede come responsabili scientifici Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia medica melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative presso l’Istituto Pascale di Napoli, Gabriella Fabbrocini, direttore Uoc di Dermatologia clinica presso l’Aou Federico II di Napoli e Ignazio Stanganelli, presidente dell'Intergruppo melanoma italiano nonché direttore della Skin cancer unit presso l'Istituto tumori della Romagna.

E se gli effetti della curcumina dipendessero dalla sua interazione con il microbiota intestinale? Una domanda che frulla nella testa dei ricercatori da diverso tempo e che origina dall’apparente paradosso di una potente attività biologica e di una bassa biodisponibilità del derivato della Curcuma longa. Arrivando la sostanza praticamente integra nell’intestino, ecco che allora è nata l’ipotesi che la sua azione si possa compiere a questo livello, mediata dalla popolazione batterica intestinale.

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