Il Dna si adatta alla dieta. Prove dall’Oriente

16 Settembre 2020

Popolazioni della Cina, della Corea e del Giappone che per prime, più di diecimila anni fa, hanno iniziato a utilizzare stabilmente il riso come risorsa nutritiva hanno evoluto adattamenti metabolici che oggi le  proteggono dagli effetti nocivi dell’occidentalizzazione delle loro abitudini alimentari. A proporre la tesi uno studio internazionale coordinato da ricercatori dell’Università di Bologna e pubblicato sulla rivista Evolutionary Applications, che ha analizzato e messo a confronto il genoma di oltre duemila individui appartenenti a 124 popolazioni est-asiatiche e sud-asiatiche.

“È plausibile ipotizzare che alcune popolazioni est-asiatiche, i cui antenati hanno iniziato a consumare abitualmente riso almeno diecimila anni fa, abbiano evoluto adattamenti genetici in grado di mitigare gli effetti dannosi che un regime alimentare caratterizzato da un elevato carico glicemico può avere sul metabolismo”, dice Marco Sazzini, professore del dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’Università di Bologna che ha coordinato lo studio. “Inoltre, è ragionevole pensare che tali adattamenti continuino a proteggere queste popolazioni anche oggi, per esempio dai danni arrecati dalle profonde modificazioni della loro dieta dovute ai processi di globalizzazione e all’occidentalizzazione degli stili di vita, che hanno portato a un sempre maggiore consumo di cibi contenenti zuccheri raffinati e a elevato indice glicemico”.

Tra tutti i cereali che hanno subito un processo di domesticazione da parte dell’uomo, il riso è quello con il più alto contenuto di carboidrati e il maggiore indice glicemico. Un suo consumo abbondante e abituale rappresenta per questo un fattore di rischio per lo sviluppo di insulino-resistenza e di malattie metaboliche, a partire dal diabete di tipo 2.

Guardando però alle popolazioni asiatiche che utilizzano il riso come elemento principale della loro dieta, si scopre che l’incidenza di diabete e obesità è maggiore tra i popoli del subcontinente indiano rispetto a quelli dell’Asia orientale. A cosa può essere dovuta questa differenza?

Un primo indizio arriva da numerosi ritrovamenti archeobotanici dai quali emerge che in alcune regioni dell’Estremo Oriente, quali, per esempio, quelle lungo la valle del fiume Yangtze, nella Cina orientale, il riso selvatico era consumato abitualmente a partire già da 12 mila anni fa. In seguito, con la sua domesticazione e con l’introduzione delle tecniche agricole necessarie per coltivarlo, tra 6-7 mila anni fa, si è rapidamente diffuso anche in Corea e in Giappone. Nelle regioni settentrionali del subcontinente indiano, invece, un processo di domesticazione indipendente si sarebbe verificato solo a partire da 4 mila anni fa e avrebbe portato alla selezione di varietà di riso con un minore indice glicemico rispetto a quelle orientali.

"Le diverse varietà di riso consumate e le svariate migliaia di anni in più di dieta a base di riso che hanno caratterizzato alcune popolazioni della Cina, della Corea e del Giappone potrebbe averle sottoposte a uno stress metabolico molto più prolungato e intenso rispetto a quello sperimentato dalle popolazioni dell’Asia meridionale", spiega Arianna Landini, dottoranda dell’Università di Edimburgo e prima autrice dello studio. "Questo potrebbe aver permesso loro di sviluppare degli adattamenti genetici in grado di ridurre il rischio di patologie associate a una dieta con elevato carico glicemico".

Per verificare questa ipotesi, i ricercatori hanno analizzato il patrimonio genetico di oltre duemila individui appartenenti a 124 popolazioni di ancestralità est-asiatica e sud-asiatica, confrontando i risultati ottenuti per le popolazioni cinesi di etnia Han e Tujia e di Corea e Giappone, quelle che hanno adottato più anticamente il riso come principale risorsa nutritiva, con quelli relativi a popoli originari del Pakistan, di diverse regioni dell’India, del Bangladesh, del Myanmar, del Vietnam e del sud-est asiatico. Queste ultime sono state utilizzate come popolazioni di controllo, dato che si cibano abitualmente di riso solo da poche migliaia di anni.

"Gli adattamenti genetici osservati nelle popolazioni di controllo sono risultati assai diversi rispetto a quelli evoluti dai gruppi dell’Asia orientale e non sono riconducibili a stress dovuti a un particolare regime alimentare", dice Claudia Ojeda-Granados, assegnista di ricerca dell’Università di Bologna, tra gli autori dello studio. "Al contrario, le popolazioni cinesi di etnia Han e Tujia, così come quelle di Corea e Giappone, hanno evoluto adattamenti di tipo metabolico molto simili tra loro".

Tra le modificazioni genetiche individuate dai ricercatori, alcune permettono di mantenere un minore indice di massa corporea e di diminuire il rischio cardio-vascolare, grazie a una riduzione della conversione dei carboidrati in colesterolo e acidi grassi. Altre conferiscono una ridotta suscettibilità all’insulino-resistenza, regolando negativamente la sintesi di glucosio da parte del fegato. Altre ancora, infine, aumentano la produzione dell'acido retinoico, un metabolita attivo della vitamina A: la carenza di questo nutriente essenziale è infatti uno dei principali problemi di salute delle popolazioni con una dieta basata sul riso.

"I risultati di questa ricerca – conclude Sazzini – dimostrano ancora una volta come lo studio della storia evolutiva umana possa fornire un prezioso contributo anche nell’ambito della ricerca biomedica, permettendo di identificare alcune delle cause profonde che sono alla base della differente suscettibilità delle popolazioni umane a determinate patologie”. (n.m.)

 

 

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